Puntare sulla formazione dei giovani per creare lavoro ed esportazioni

Egregio direttore, gli italiani sono famosi nel mondo per la loro creatività. È un peccato che negli ultimi anni questa prerogativa sia svanita o sottovalutata. Tendiamo a minimizzare le nostre potenzialità o a denigrare coloro che saprebbero inventare nuove vie di sviluppo. Ci lamentiamo che il 46% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è disoccupato. Mi domando, però, quali e quanti siano i ragazzi di 15 anni in cerca di lavoro. L’obbligo scolastico fino a 16 anni e l’obbligo formativo fino a 18 anni mi fanno pensare che i minorenni dovrebbero trovarsi solo a scuola o in agenzie formative!
Se non puntiamo sulla formazione e sull’istruzione dei nostri giovani, non potremo poi lamentarci se non verranno inseriti nel mondo del lavoro. Accanto al pensare a come ridurre la spesa pubblica, lo Stato dovrebbe investire in ricerca e istruzione per far aumentare il prodotto interno lordo grazie all’esportazione di beni concorrenziali con il resto del mondo!
 Ada Toso, Diano

 In effetti, tra i giovani che secondo l’Istat sono “disoccupati” ci sono gli studenti. Nel Rapporto 2014 leggiamo infatti che la presenza di lavoratori 15-34enni è sempre meno diffusa anche per «l’aumento della scolarizzazione e per i percorsi formativi sempre più lunghi». Tuttavia, la causa principale è «una maggiore difficoltà rispetto al passato nell’ingresso e permanenza nel mercato del lavoro». Insomma, i giovani disoccupati sono comunque tanti, troppi. E l’aumento dell’istruzione, dei percorsi formativi, non è un male. Anzi, è una condizione perché il nostro Paese possa sperare nel futuro. È importante investire nella ricerca, anche per evitare che le menti migliori se ne vadano all’estero, vanificando l’impegno e il costo degli studi iniziali. Penso però che in generale ci vorrebbe una fiducia maggiore nei giovani. Ho letto di recente un libro che mi ha fatto riflettere. È L’adulto che ci manca di don Armando Matteo. La sua tesi è che è diventato difficile trasmettere la fede perché «non ci sono più gli adulti di una volta». Ma il discorso si può estendere a tutta la società: gli adulti hanno come “mito” il rimanere giovani; guai a dire a uno che è vecchio, adulto. Tutti hanno sempre in bocca i giovani, ma nessuno fa loro spazio, lascia loro il posto, si fida davvero. Non hanno mai abbastanza esperienza. Occorre un cambio di mentalità, perché il nostro non sembra più “un Paese per giovani”.