Antonio e lo sfratto: epilogo di una solitudine

ALBA Un manipolo di solidali – tra cui qualche giornalista – stretti in cappotti invernali. La prossimità alla “vittima” non cambia la situazione, ma almeno riscalda: ci sono venti persone radunate in via Margherita di Savoia 25 la mattina dello scorso 19 novembre. È arrivato il freddo e l’Ufficiale giudiziario tarda ad arrivare. Alcuni fotografi eseguono il loro mestiere, ma le persone chiedono di non comparire. Ci sono poi amici e membri di associazioni operative nel campo assistenziale e sociale. Nel piccolo è una situazione di disperata lotta. Quelle battaglie la cui sconfitta è annunciata, ma è il combattimento in sé ad apparire importante. La storia l’avevamo raccontata sull’edizione cartacea di Gazzetta in due puntate: il protagonista è l’uomo che chiamiamo Antonio, che dopo il fallimento della sua ditta di trasporti (causa la recessione e sfavorevoli circostanze esterne) aveva visto la propria casa messa all’asta dal Tribunale. Molti acquirenti avevano fiutato l’affare, ma in seguito avevano rifiutato per due ragioni: Antonio è un uomo buono, onesto. Gli manca un rene. Sua moglie è in dialisi da mesi. La loro sventura non è attribuibile a inadempienze o manchevolezze, perciò entra in gioco la solidarietà. Nessuno compra la casa. Lasciano che Antonio la abiti.

Un giorno però questa rete di empatia si spezza. Un nuovo cliente acquista l’immobile incurante della situazione. Centomila euro per un appartamento che ne potrebbe valere il doppio: Antonio non sa che fare. A un certo punto riesce a trovare i soldi con cui la casa è stata acquistata grazie al favore di un amico. Glieli offre al compratore, ma niente da fare. Lui vuole tenersi la casa. Lo sfratto doveva essere eseguito lo scorso 19 ottobre. Arriva l’Ufficiale giudiziario ma Antonio si rifiuta di consegnare la chiavi. Tutto rimandato.

S’arriva così al 19 novembre. Ore 10.30 di mattina. L’ufficiale giudiziario torna. Questa volta chiamerà le forze dell’ordine se Antonio si oppone. «È un atto di sciacallaggio, per quanto la legge sia dalla parte del compratore, umanamente non puoi togliere una casa a chi sta male e non ha più nulla. Abbiamo offerto ai nuovi proprietari la stessa cifra con cui hanno acquistato l’alloggio, ma non ne vogliono sapere», dice Antonio. Il fratello dell’uomo incalza: «Qui non si tratta di diritti o doveri, ma di basilare dignità e solidarietà tra persone». Altri presenti osservano: «Questo è lo specchio della società. Dov’è lo Stato in questi casi? Come aiutare queste persone?». Antonio in effetti non ha un luogo dove andare. Nessuna assistenza o supporto da parte delle istituzioni. La sventura di un uomo ricorda a tutti la fragilità collettiva, la facilità con cui persino la casa può svanire nel mare di sistematica prevaricazione.

A un certo punto l’Ufficiale giudiziario dichiara: «Io sono qui per fare il mio dovere. Consegna le chiavi?». Antonio rifiuta. E così si chiamano i carabinieri. L’attesa è pietosa, s’assiste al fallimento di ogni protezione sociale verso un individuo. Arrivano i carabinieri. «Deve consegnare le chiavi, noi non possiamo farci nulla». C’è un abbozzo di rissa. Due vengono separati, la tensione è percepibile. Quando tutto sembra perduto Antonio parla un ultima volta con il nuovo proprietario. Qualche battuta veloce. «Mi dia ancora un po’ di tempo, almeno». «Ti ho già concesso un anno. Sto ancora pagando il riscaldamento». «Ma ti ho offerto la medesima cifra con cui hai acquistato l’alloggio e tu hai rifiutato». Infine una strana scintilla. «E va bene, hai tempo fino a giugno 2016». I due trovano un accordo. Nessuno se lo aspettava a quel punto. Un lieto fine se così si può chiamare. Che di lieto ha ben poco. Perché ritardare l’assurdo non lo elimina, lo diluisce nel tempo mimetizzandone la potenza.

Matteo Viberti