Ad Alba sottopasso inaccessibile

ALBA «Sapevo nulla del sottopassaggio, ma da quando i ragazzi mi hanno raccontato la storia, ho capito che dovevo dar loro il mio supporto. L’iniziativa dal basso va premiata, non ostacolata», dice Arturo, pensionato di 72 anni che assieme a decine di albesi ha partecipato al presidio del 27 maggio, giorno in cui il collettivo Mononoke torna sulla “questione sottopasso”, reclamando ascolto da parte della politica senza l’intermezzo della burocrazia e delle lungaggini istituzionali.
La cornice è la festa di corso Piave. Mononoke installa un banchetto informativo in collaborazione con Arte y barbieria, attività gestita dal barbiere Saverio Giuliano, da tempo sensibile al sociale.
A marzo quindici ragazzi decidono di attuare la prima “occupazione artistico-ecologica” della città. Con scope e detersivo ripuliscono il sottopasso ferroviario, luogo da anni chiuso e dimenticato.
«Il collettivo Mononoke punta alla riqualificazione cittadina, opponendosi alla cementificazione selvaggia e alla costruzione di infrastrutture superflue», spiegano i ragazzi. «L’arte e il buonsenso dei cittadini sono la soluzione perfetta per rendere vivibili i luoghi imbruttiti».
Secondo il collettivo artistico, all’interno della struttura sotterranea potrebbero nascere iniziative capaci di coinvolgere qualsiasi fascia della società in maniera verticale. Eventi artistici, musicali, teatrali e letterari.
L’Amministrazione, però, nelle ultime settimane, avrebbe giocato poco pulito. «Dopo 15 giorni di riqualificazione a nostre spese hanno risposto chiudendo il sottopasso con lucchetti e intimidazioni velate. Siamo liceali, lavoratori e universitari: potremmo garantire sicurezza al sottopasso, ma occorre fiducia. A oggi se il collettivo volesse operare nel sottopasso, dovrebbe contattare l’ufficio tecnico comunale, assoldare un operaio pubblico al fine di creare il presupposto per un progetto guidato e sicuro. Un freno per la libertà di espressione, un ostacolo che impedisce di regalare una vera e propria anima a un luogo morto da anni».
Matteo Viberti