Lucio Aimasso e i ragazzi albesi che dicono no

INTERVISTA Nell’ambito di Dire, microfestival ospitato dalla libreria Milton in collaborazione con l’associazione Chiamatemi Ismaele, abbiamo incontrato lo scrittore Lucio Aimasso. Albese, classe 1978, autore di due romanzi, l’ultimo dei quali La notte in cui suonò Sven Väth. Il libro è uscito da pochi giorni presso l’editore CasaSirio.

Di che cosa parla il romanzo, Lucio? Che cosa hai ricercato nelle sue pagine?
«La notte in cui suonò Sven Väth restituisce i pensieri, le ansie e le insoddisfazioni di un ragazzo di sedici anni: burrascoso, a tratti cinico e spietato, non per questo perduto o senza possibilità di riscatto. La storia si sviluppa nell’arco di 9 mesi, un periodo di tempo non casuale. Sono mesi di attesa spasmodica e incerta, per il concerto del suo idolo musicale Sven Väth. Il protagonista Morelli, detto il Moro, e i suoi amici non sono fulgidi esempi morali. Credo, però, che abbiano una consistenza che li renda credibili come personaggi. Sono confusi, umorali, sbruffoni e improvvisamente riflessivi. Hanno degli strumenti: le droghe, la musica elettronica, i loro irriverenti 16 anni. Con essi affermano il loro “no” diretto al mondo degli adulti».

Leggendoti, vengono in mente alcuni illustri autori stranieri. Irvine Welsh, un nome su tutti, ma anche l’incrollabile schiettezza di Charles Bukowski.
«Certamente sono autori che ammiro, per la loro spontaneità, per lo stile asciutto e crudo messo a disposizione delle storie che raccontano. Prendo in prestito certe atmosfere che scelgo però di calare in una realtà diversa. Ad esempio, un tema è quello del conflitto generazionale. Il Moro e i suoi amici costituiscono, nel loro modo goffo e maldestro eppure autentico, una famiglia. Non riconoscono altri modelli perché sono calati dall’alto con superficiale paternalismo. Da qui, una sofferta ribellione. Sarebbe un errore non riconoscere quanto di vitale e urgente si annida nelle loro bravate».

Infine, c’è Chiusa, la città dove si svolge il romanzo.
«La Chiusa è Alba, nella misura in cui ho immaginato i miei personaggi abitare luoghi che conosco bene, ma la Chiusa sono anche tante altre cittadine del Nord Italia. Si tratta di una città laboriosa e opulenta, e i personaggi non provengono da periferie diroccate, spesso stilizzate in film e romanzi. Sono ragazzi comuni, più o meno ricchi. Non ero troppo interessato a riflessioni di natura sociologica o a elaborare una sentenza ultima circa il loro stile di vita. Volevo raccontare l’irrequietezza che sopravvive al benessere».

Alessio Degiorgis