Quando sul Tanaro galleggiavano i mulini

In passato, in un mondo privo di gas, petrolio ed elettricità, il fluire delle acque era l’unica fonte di energia insieme a quella umana e a quella animale

TANARO TESORO DA SALVARE Il bacino del Tanaro e dei suoi affluenti è per noi contemporanei soprattutto un ambiente naturale, spesso dimenticato e a volte maltrattato, della cui esistenza ci rendiamo conto soltanto quando, in occasione di alluvioni, l’acqua causa danni alle zone urbanizzate.
In passato, per millenni e fino alla metà del ’900, il rapporto degli abitanti delle nostre zone con il fiume è stato però molto più intenso, perché lo scorrere delle sue acque e le sue ricchezze erano una voce importante per l’economia locale.

UN TRAGHETTATORE DI DUEMILA ANNI FA

Forse il testimone più antico di queste attività legate al Tanaro, di cui conosciamo il nome, è Caius Magius Gaiellus figlio di Publio della tribù Camilia, un nostro antenato vissuto intorno alla metà del I secolo dopo Cristo. Il testo scolpito sotto un’“istantanea” fissata nella pietra lo definisce nauta, cioè marinaio, ma l’immagine realizzata dallo scalpellino lo raffigura come un barcaiolo, che in piedi, a poppa di una specie di canoa, spinge l’imbarcazione con un lungo remo.

Non sembra un caso che questa epigrafe, oggi inserita nella facciata della chiesa di San Pietro a Cherasco, sia stata trovata nel ’700 a poca distanza dalle rive del Tanaro, fiume sul quale il buon Caius probabilmente esercitava il mestiere di traghettatore.

Un lavoro che perdurò per molti secoli, anche quando vennero costruiti i ponti, che per loro natura sono in balia delle forze della natura e dell’insipienza degli uomini (guerre, cattiva costruzione, deterioramento ecc.).

I nostri ultraottantenni ricordano ancora i navat che durante la Seconda guerra mondiale permettevano a persone e animali di passare da una sponda all’altra del Tanaro, ad Alba, Pollenzo, Cherasco e in varie altre località lungo il corso del fiume, dove i ponti erano stati bombardati dagli aerei alleati o fatti saltare dai partigiani.

MULINI SULLE SPONDE E ANCHE GALLEGGIANTI

Quel fluire delle acque, che rappresentava un ostacolo agli spostamenti, in tutta l’età preindustriale costituiva però un’enorme fonte di energia per lavorazioni e produzioni. In un mondo privo di gas, petrolio ed elettricità, era l’unica fonte di forza motrice insieme a quella umana e a quella animale (il vento dalle nostre parti “lavora poco”).

Già in epoca romana e ancor più nell’età medievale si diffusero i mulini in prossimità delle sponde del fiume: si deviava una parte dell’acqua in un canale per fare girare la grande ruota che a sua volta trasmetteva il moto alla macina, destinata a trasformare il frumento in farina. Ma non solo: l’invenzione dell’albero a camme permise di trasferire il movimento da orizzontale a verticale, così da realizzare battitoi per sfibrare la canapa e grandi seghe per ricavare assi dai tronchi.

Un’attività “industriale” che rendeva molto e di cui i signori locali e i Comuni nei loro territori si garantivano il monopolio, vietando a chiunque di realizzare questo tipo di strutture. Vi era poi un altro tipo di mulino, detto natante, perché costituito da una barca di grandi dimensioni o da una chiatta galleggiante sul fiume, con la macina mossa dal costante flusso dell’acqua.
Il Libro della catena, ovvero gli statuti di Alba medievale, testimoniano l’esistenza sul Tanaro di questi mulini galleggianti.
La norma Super molandinis navigalibus et pro locis ipsorum tenendis, stabilisce che queste strutture dovessero essere mantenute a valle del ponte che dava accesso alla città e a una distanza di sicurezza di 50 trabucchi (circa 150 metri), per evitare che qualora avessero rotto gli ormeggi potessero causare danni alla struttura.

LA PESCA COME ATTIVITÀ LAVORATIVA
Un altro aspetto centrale, e non solo ad Alba, è quello della pesca nel fiume, intesa non come attività del tempo libero come è oggi, ma come vera e propria professione finalizzata alla cattura e alla vendita del pesce. Una norma del Libro della catena vieta, per esempio, nel tratto compreso dalla confluenza con il Talloria e fino a Vaccheria, la posa di “gabbie” (forse equivalenti alle attuali nasse) nel fiume per catturare pesci, divieto da ricondurre alla tutela dei mulini e delle imbarcazioni che navigavano sul Tanaro. Allo stesso tempo però il Comune difende i suoi cittadini, vietando a chi non era albese di pescare nelle acque presenti nel territorio della città.

A Cherasco, dove i fiumi sono due (il Tanaro e il suo affluente Stura), gli statuti identificano ufficialmente i pescatori come una categoria economica, sottoponendoli al giuramento per esercitare la loro attività, così come avveniva per quelle ritenute di elevata importanza sociale (panettieri, macellai, sarti ecc.).

Ad Alba l’ultimo pescatore del Tanaro fu Clemente Massa, detto Mentin, di cui Gazzetta raccontò la storia prima della sua scomparsa, avvenuta nel 2008.

Diego Lanzardo

 

L’IMPORTANZA DELLA PULIZIA  DELL’ALVEO GIÀ NEL MEDIOEVO

Negli antichi statuti comunali albesi il Tanaro ha una presenza notevole. Nell’indice onomastico e toponomastico, che fa parte dell’edizione curata a suo tempo da Francesco Panero e Giulio Parusso, la voce Tanaro è quella con il maggior numero di rimandi al testo, a dimostrazione di quante norme, e quindi attività della vita personale e collettiva, fossero a vario titolo legate al fiume.

Così troviamo disposizioni che tutelano le prese d’acqua dei mulini terrestri, divieti di gettare carcasse o scarti della lavorazione del cuoio nel letto del fiume, il divieto di deviare l’acqua verso la città, in quanto il problema delle piene del fiume era già vissuto allora, come dimostra un’altra norma che impone agli ufficiali comunali di ripulire l’alveo dal legname per mettere in sicurezza il ponte in caso di piena.
E se i nostri mulini hanno continuato a funzionare sino alla fine dell’Ottocento grazie alla forza dell’acqua, con l’avvento della corrente elettrica questo mondo scomparve. Tuttavia proprio l’elettricità diede vita a nuovi impianti che sfruttavano (e sfruttano tuttora) l’energia del fiume: le centrali idroelettriche. Quella di Cherasco, che attinge l’acqua dal corso del Tanaro, fu inaugurata nel 1905 e garantì un importante aiuto allo sviluppo industriale delle concerie della vicina Bra ed è tuttora funzionante. Un’altra, sempre sul Tanaro e a poca distanza da quella cheraschese, fu attivata nel territorio di Narzole nel 1946.

Negli ultimissimi anni, poi, si stanno sviluppando nuovi impianti idroelettrici che ricordano un po’ gli antichi mulini natanti. Si tratta di generatori galleggianti grazie a serbatoi con aria compressa, che vengono posti nel letto del fiume e producono corrente elettrica sfruttando il flusso delle acque. Uno di questi è in corso di installazione sul Tanaro poco a monte del ponte di Pollenzo.

d.l.

LE ANTICHE SPADE DEDICATE  ALLE DIVINITÀ DELLE ACQUE

Anche i nostri antenati dell’Età del bronzo, come in tanti altri luoghi dell’Europa, avevano la consuetudine di depositare oggetti metallici, rappresentati soprattutto da armi in bronzo, nei fiumi e nei laghi. Una pratica che è stata interpretata soprattutto come un’offerta alle divinità (in particolare delle acque) o ai defunti. D’altra parte è noto il legame esistente per gli uomini del mondo antico tra le acque profonde e gli inferi.

Le spade, spesso mai utilizzate, erano gli oggetti preferiti per questo tipo di riti. Così avvenne tra il 1200 e il 1000 avanti Cristo, vicino all’attuale Roddi, quando durante una cerimonia religiosa una spada in bronzo venne posata nel letto del Tanaro. Il prezioso reperto (foto) oggi è conservato nel museo Eusebio di Alba. Un’altra spada è stata ritrovata nella Stura di Demonte, presso Cherasco, a poca distanza dalla confluenza con il Tanaro, e risale probabilmente al XIII secolo avanti Cristo. Nel Tanaro, nelle vicinanze di Asti, è emerso anche un elmo di bronzo con cresta, datato tra la fine del IX e l’inizio dell’VIII secolo avanti Cristo (Età del ferro).

d.l.