Le vicende parallele della famiglia Balla

PIEMONTE-ARGENTINA Due persone s’incontrano nel cyberspazio per condividere informazioni: è la storia di una famiglia, quella dei Balla di Santo Stefano Roero, e di Colonia Iturraspe, Argentina che parla con la cadenza del vecchio Piemonte.

Un rapporto interrotto a fine ’800, che i discendenti, ora in due diversi emisferi del globo, hanno riannodato: Esteban Balla – giovane veterinario della provincia di Cordoba, a nord di Buenos Aires – e Silvio Balla – ex dirigente di banca in pensione, residenza a Torino e radici a Pralormo, dove vive la madre, Rosa Appendino, classe 1930, un ruolo di primo piano in questa vicenda.

Una foto d’epoca della famiglia Balla scattata in Argentina. Da sinistra a destra: (in piedi) Juan Carlos Balla e Ana María Balla; (seduti) Jose Alberto Balla, Angela Bergero, Maria Isabel Balla e Jose Balla.

«Sapevo di parenti in Argentina; nel 1974 una di loro era venuta a farci visita. Così, assieme a mia cugina, Orsola Appendino, ho iniziato a ricostruire le vicende dei quattro fratelli di mia nonna paterna partiti per il Sudamerica»: l’incipit del racconto è di Silvio. Iniziamo da poche giornate di terra nella “valle” dei Bordoni. «Un luogo in cui si viveva isolati, una sola strada d’accesso da Santo Stefano, una per Monteu. Questo non è il Roero del vino Doc: sei capi di bestiame in stalla li avevano solo i più abbienti». Fra le due guerre qui vivevano un centinaio di famiglie, molte col cognome Balla.

«A mia nonna, Margherita Balla, non è che piacesse molto mio nonno, ma i campi erano vicini», sorride Balla. «Cercavano di sopravvivere e facevano la fame; per quelli di Pralormo chi veniva dai Bordoni erano “quelli della valle”, per canzonarli».

Da qui parte, nel 1897, Giovanni Balla, figlio di Giuseppe Balla e Teresa Capello. A Buenos Aires Giovanni trova lavoro come bracciante nei campi del presidente della Repubblica Julio Argentino Roca, il politico che sterminò gli indigeni nella regione del Rio Negro, iniziando la colonizzazione della Pampa.
«Giovanni incontrò il presidente in visita nei suoi terreni, gli operai dovettero smettere di lavorare»: la voce narrante, dall’altro emisfero, è quella di Esteban Balla. «Divenne cuoco del ristorante Ripamonte di San Francisco, nei pressi di Cordoba; infine si stabilì a Colonia Iturraspe e aprì una macelleria. Giovanni fece fortuna arrivando ad avere quattro fattorini che consegnavano la carne e riuscì ad acquistare terre».
Nel 1904 sposa Ana Ambrogio, allora sedicenne, della vicina Luxardo, e dall’unione nascono sette figli. «Le famiglie di Iturraspe pagavano un precettore per i loro figli. Giovanni poteva permettersi un creolo (un argentino di stirpe spagnola) come autista e le figlie proseguirono gli studi a Freyre e Rosario».
Su una Overland verde la figlia maggiore, Maria, imparò a guidare; nel 1916, venduta la macelleria, Giovanni trasferì la casa di famiglia a Freyre e acquistò altra terra: morì nel 1937 per un infarto. Due anni dopo Josè, l’unico figlio maschio, sposava Angela Bergero (nonna di Esteban), figlia di emigranti italiani provenienti da Scalenghe.

Il capostipite, Matteo Sebastiano, arrivato in Argentina nel 1882, aveva intrapreso la vita del pioniere nelle terre della nuova frontiera e costruito una casa a Colonia Iturraspe, luogo d’arrivo di altri italiani. «Dormiva con un fucile Winchester accanto al letto per via dei ladri e le locuste, che infestavano i campi, le chiamava j cavalet, dal piemontese».

In Italia invece, Margherita Balla, sorella del Giovanni che stava facendo fortuna, sposa nel 1914 Antonio Balla, uno dei tanti matrimoni a “km zero” della borgata. «I miei bisnonni, anziché fare 8 o 9 figli si sono fermati a 4: mio padre nacque nel 1925», racconta Silvio Balla. Il primo, nato nel 1915, parte per la Russia con la Cuneense e non fa ritorno.

«La sua salma è stata la prima rimpatriata nella provincia di Cuneo, nel 1998. Localizzarono il corpo in Ucraina, nel settore tedesco di un cimitero di guerra», prosegue Silvio. Il giovane Matteo per scampare alla miseria si arruola nei Carabinieri. «Mio padre, vista la situazione, ebbe il coraggio, nel 1945, assieme ad alcuni amici, di andarsene dai Bordoni e arruolarsi: si è congedato dopo 7 anni e ha trovato lavoro al Banco di Roma, nel 1953, prima come guardiano poi con altre mansioni».

Negli stessi anni conosce una giovane di Pralormo, Rosa Appendino, la sua è una famiglia di mezzadri a servizio nel castello dei conti Beraudo. «Mio bisnonno assieme a due fratelli e una sorella mandava avanti quasi 200 giornate fra coltivi e boschi, con due garzoni fissi e una decina di lavoranti. Nonostante fossero mezzadri, non sapevano cosa fosse la fame»: la conclusione di Silvio è un aneddoto.
«Quando mio padre portò a casa sua, ai Bordoni, mia madre era il maggio 1952; le chiese se le piacesse la polenta, lei rispose di sì e che a Pralormo non la mangiavano mai. Per tutta risposta lui le disse che da settembre a maggio nella “valle” non si mangiava altro».

Josè Balla, il nonno di Esteban morì nel 1959; anche Matteo Balla, padre di Silvio, scomparve prematuramente e ora l’ultimo capitolo delle “vite parallele” dei Balla dei due continenti è nelle mani di Silvio ed Esteban, due secoli di storia iniziati in un pugno di case fra i colli del Roero.

Davide Gallesio