Intervista all’imprenditore Giuseppe Bernocco: «L’Italia si liberi dalle zavorre. Ora»

L’AZIENDA  Giuseppe Bernocco, cheraschese, insieme a soci e collaboratori guida il gruppo Tcn, agglomerato di aziende storiche piemontesi che operano in settori produttivi diversi: dall’alimentare (Galup) all’automazione (Bianco), dalla produzione di macchinari per il comparto tessile alla meccanica di precisione. Aziende costrette al fermo produttivo, non solo per obbligo di legge, ma anche perché inserite in un contesto generale che non consente di proseguire l’attività ordinaria.

Bernocco, siamo nel mezzo di una crisi molto difficile da rappresentare attraverso numeri e stime. Qual è la sua idea?

«Partiamo da una considerazione necessaria. Stiamo combattendo una guerra a un virus che certamente sconfiggeremo. La scienza, però, non dispone ancora di un vaccino e questo ci deve indurre alla massima cautela. La sicurezza dei lavoratori deve essere tutelata e bisogna appellarsi alle virtù civiche di tutti. Non prendere decisioni avventate e seguire, uniti, le disposizioni di sicurezza. Il panico non serve a nulla, ma la responsabilità è certamente d’obbligo».

L’emergenza è presto diventata economica. Come favorire la ripresa?

«Servono azioni rapide e condivise. Molte risorse sono state stanziate, ma non illudiamoci, ne serviranno molte di più. La cassa integrazione è indispensabile, ma altrettanto necessaria è l’apertura di linee di credito per le aziende. Devono avere la facoltà di poter contrarre debito. Non vogliamo elemosina, ma la possibilità di rateizzare, all’interno di una finestra temporale ampia, i debiti che verranno contratti».

Di quanti anni stiamo parlando?

«Trent’anni: dobbiamo comprendere che si tratta di uno shock economico comparabile a quello prodotto da una guerra. Da qui la necessità di utilizzare strumenti simili per contrastare gli effetti negativi. Ora più che mai serve snellire la burocrazia, lavorare al taglio del cuneo fiscale e ridurre il costo del personale a carico delle aziende».

Sono problemi mai risolti, anche in tempi ordinari.
«Si tratta di vecchie esigenze, essenziali ora se vogliamo sperare di limitare i danni e non compromettere in modo permanente il nostro sistema industriale. Grandi e piccole imprese sono un patrimonio da tutelare, ricordiamoci quanto sia prezioso il contributo delle imprese per la vita sociale. Cerchiamo di analizzare la questione da una prospettiva più ampia. Non si tratta solo di far quadrare i conti. Banche e politica sono avvisate: devono mostrare coraggio e serietà».

Sforzandosi di avere un atteggiamento ottimista, che cosa insegna all’industria questa fase?

«Forse ci permette di poter comprendere più adeguatamente come lo smart working e il ricorso alla tecnologia siano degli strumenti capaci di migliorare il lavoro. Non una misura d’emergenza, ma qualcosa che può entrare a far parte stabilmente del quotidiano. E ancora, abbiamo capito che sarebbe utile riappropriarsi di rami d’azienda che abbiamo ceduto troppo frettolosamente all’estero. Essere un po’ più gelosi del tanto chiacchierato (e bistrattato) made in Italy non sarebbe un cattivo proposito».

Alessio Degiorgis