Martina: per me la fede significa luce e speranza

LA STORIA Nella parrocchia di Montà, il 22 novembre, l’iniziazione cristiana ha condotto la giovane Martina Davanzo nel mondo della fede e dei sacramenti. Per lei è stata una decisione ponderata da adulta, anche in seguito a una dolorosa vicenda.

Qual è la storia della sua vita, Martina?

«Sono nata a Moncalieri nel 1989. Mi sono laureata in scienze dell’educazione motoria e delle attività adattate. Questo percorso di studi mi ha avvicinato al mondo della disabilità e alle categorie più fragili. Parallelamente, ho seguito una grande passione, quella della danza, e ho dato vita a un centro multidisciplinare che si occupa della cura della salute psicofisica delle persone: bambini piccoli, adulti, adolescenti, anziani o disabili. Ho lavorato per anni come insegnante di sostegno nelle scuole, tentando di contribuire al mantenimento di una buona condizione fisica per gli anziani nelle case di riposo. Ho dato, inoltre, supporto a diversi atleti disabili (paraplegici, tetraplegici, ipovedenti, eccetera)».

Martina con la famiglia

Qual è il legame tra queste esperienze e il desiderio di vivere una vita di fede?

«Ho sempre pensato che ci fosse un “tassello mancante” nella mia vita. Sono stata cresciuta da una famiglia che crede nella libertà di pensiero e che quindi mi ha sostenuta in qualsiasi decisione, purché derivasse da una motivazione reale e non da condizionamenti sociali. Per questo ringrazio tantissimo i miei familiari. La scelta d’intraprendere l’iniziazione cristiana è stata frutto di una forte motivazione interiore. Nel 2018 ho perso Lorenzo, il mio primo bambino. Da quel momento, ho sentito sempre più forte il bisogno della fede. Per questo ho cercato supporto in don Paolo Marenco, che a sua volta mi ha fatto conoscere suor Andreina. È iniziato un percorso molto bello e profondo, grazie anche alla figura di Liliana, che mi ha fatto da garante. Per me la fede significa speranza, luce».

Quella che lei chiama fede è un concetto molto complesso. Che cos’è per lei questo “stato interiore”, soprattutto in un momento così difficile a livello collettivo?

«La fede per me è qualcosa che non necessita d’essere pubblicizzata. La fede è un sentimento. Mai quanto in questo momento è importante averne tanta. Spesso ci chiediamo: “Perché il Signore ci fa questo?”. Oppure: “Che cosa potrebbe volere da noi il Signore?”. Ma siamo noi a dover trovare nei suoi messaggi il significato della vita per reagire, sempre e comunque. Questo nuovo modo di vedere mi ha fatto essere meno arrabbiata per la perdita del mio bimbo».

Quali sono i maggiori punti di forza e di debolezza del territorio in cui viviamo, dal punto di vista spirituale e umano?

«Credo che le persone negli ultimi anni si siano molto allontanate dalla vita spirituale sia per i messaggi che arrivano dai media, sia per lo stile di vita che adottiamo. Inoltre, esiste un gioco di ruoli che distingue tra le persone comuni e la Chiesa. Mi reputo molto fortunata, perché ho incontrato persone che hanno accolto il mio desiderio, quello del Battesimo, senza mai giudicarmi e dandomi una mano. Mi hanno accompagnata in un percorso lungo e profondo, volto a cambiare il mio modo di leggere gli eventi della vita. Per me questo ha significato rinascere. Ed è un modo anche per essere più vicina al piccolo Lorenzo».

Maria Delfino