In centro si nasconde un’Alba da migliorare

ALBA sarà anche una cittadina, ma in fatto di eleganza e cura per il dettaglio ha niente da invidiare alle più grandi città del Piemonte. Questo lo dicono i turisti che, anno dopo anno, pandemia a parte, scelgono di trascorrere le vacanze tra città e colline. Ma, in fondo, lo sanno bene anche gli albesi, che del loro centro storico vanno giustamente orgogliosi.

Assecondando una tendenza ormai decennale, anche di recente sono stati numerosi gli interventi che hanno abbellito e ridato lustro alle vie del centro. Chi è abituato a passeggiare avrà sicuramente notato i tanti cantieri che hanno contribuito a migliorare lo spazio pubblico: dai lavori di ristrutturazione alla tinteggiatura delle facciate, fino al meritorio restauro dei monumenti. «Sono arrivato ad Alba nel 1965», ricorda Emanuele, arzillo signore oltre i settanta. «Da allora la città è completamente cambiata. Lo stesso centro, ora ricco di vetrine e negozi, era pieno di edifici maltenuti». Al passante domenicale, tuttavia, potrebbe capitare di lasciarsi alle spalle via Maestra e imboccare una delle tante viuzze che la tagliano sui lati. Una via Mazzini qualsiasi, per fare un esempio. Qui la città è sempre la medesima, eppure a uno sguardo più attento rivela molti segni del tempo, le crepe e la ruggine che altrove riesce a dissimulare.

«Molto è stato fatto per abbellire l’insieme», spiega Luciano Tudisco, residente nel centro storico. «Dipende però dalle zone: in alcuni punti rimangono edifici vecchi, che evidentemente hanno problemi d’infiltrazioni strutturali». Prendiamo vicolo dell’Arco, un tempo sconosciuto agli albesi e che oggi, con il Monviso coffee, sembra godere di nuova vita. Basta percorrere alcuni metri, svoltare a sinistra verso piazza Risorgimento, ed ecco una parete che ricorda i quartieri spagnoli napoletani, pur senza poterli eguagliare in fascino.

L’intonaco, a ogni modo, ha ceduto o minaccia di cedere anche in molte altre zone della città, come lungo via Paruzza o in piazza Garibaldi e San Francesco, dove l’immobile del liceo Da Vinci esibisce pareti scrostate in piena regola. Stesso discorso per via Diaz, che oltre a ospitare lo storico sferisterio Mermet fa anche sfoggio di mattoni rossi in bella vista e di un intonaco che ormai è solo un ricordo. Non è migliore la situazione nella vicina via Toti. Al di là dell’incuria, qualche edificio del centro sembra addirittura pericolante, come quello che un passante ci segnala al numero 32 di via Vittorio Emanuele, dove il concorso di mattoni in vista e colombi sempre in agguato potrebbe forse un giorno danneggiare malamente qualcuno.

Chiuso un capitolo, se ne potrebbe a questo punto aprire un altro, quello dei murales che ricoprono le facciate di molti edifici. Bisogna ammettere che alcune scritte sono romantiche, come quelle di via Balbo. «Ti ricordi quando ti dicevo di guardare la luna? Ti amo». Non fatichiamo a credere a una simile dichiarazione d’amore, così come alla felicità sperimentata dal proprietario dell’immobile, alle prese con una facciata che assomiglia a una tavolozza… Altrove, in via Belli e via Cerrato, più che l’amore è la politica ad aver motivato i graffitari: almeno a giudicare dal ritratto, ironico o meno, di Barack Obama alfiere del progresso. Prevalgono invece motivi anarchici in piazzetta Abrate, dove la scritta «caos» è ormai di casa insieme a molti altri ghirigori. Insomma, a ognuno il suo murales. Ma che cosa può fare l’Amministrazione comunale? Fernanda Abellonio, assessore all’urbanistica e all’edilizia privata, ha le idee chiare: «Se il fabbricato non è pubblico, purtroppo non si può fare più di tanto. Possiamo intervenire solo in caso di pericolo».

Spetta dunque ai privati impegnarsi nella valorizzazione di facciate ed edifici. Del resto, come recita anche il regolamento comunale per la tutela del decoro urbano, l’Amministrazione può solo «invitare a effettuare la tinteggiatura, il risanamento dell’intonaco e la ristrutturazione delle facciate». Capitolo diverso quello delle costruzioni, prosegue Abellonio: «Abbiamo chiesto che sui cantieri non vengano più messi teli di plastica come in passato. Alle imprese chiediamo piuttosto che si intervenga ricoprendo gli edifici fatiscenti o in fase di ristrutturazione con immagini raffiguranti lo stato finale dei lavori, come avviene a Parigi o nella vicina Torino».

Michele Gimondo