Nascono pochi bimbi, in Italia e in Piemonte: il futuro ci spaventa

Culle piene all’ospedale di Mondovì. Nel 2020 sono già nati 125 bambini

DATI / 1 Per anni le società occidentali hanno dominato il mondo, colonizzando i Paesi più deboli. Oggi, si assiste a un rovesciamento: molte nazioni che abitavano le retrovie stanno crescendo, non solo economicamente ma anche demograficamente, mentre l’Occidente, in particolare l’Italia, sembra annaspare e rinunciare a rinnovarsi. Questo grave ripiegamento appare osservando la curva delle nascite, che da anni procedono in picchiata. Perché non desideriamo più fare figli? È indizio di smarrimento della speranza? Per comprendere che cosa sta accadendo è necessario partire dai numeri.

All’inizio degli anni Cinquanta il Piemonte registrava circa quarantamila nascite

A inizio febbraio sono stati pubblicati i primi dati Istat del 2020: si è verificato un fenomeno ormai consueto, ma in peggioramento: i nuovi nati sono stati 400mila a fronte di 700mila decessi. Il saldo significa 300mila italiani in meno, un risultato drastico, mai raggiunto prima nel Dopoguerra. L’istituto di ricerca Ires Piemonte ha fornito in anteprima a Gazzetta d’Alba i dati demografici del 2019: i nati in regione sono stati 28mila, una cifra record al ribasso, circa mille bambini in meno rispetto all’anno precedente e in calo del 27% sul decennio. All’inizio degli anni Cinquanta il Piemonte, che già si caratterizzava per un tasso di fecondità basso (1,5 figli per donna), registrava circa quarantamila nascite l’anno. Perché accade? Spiegano all’Ires: «Con l’emigrazione da altre regioni, durante gli anni del “miracolo economico”, le nascite in Piemonte sono aumentate, non solo perché sono cresciute le donne in età fertile ma anche perché le immigrate si caratterizzavano per una propensione a fare figli più elevata delle piemontesi. In pieno baby boom, a metà anni Sessanta, si toccano le 65mila nascite. Per circa vent’anni è seguito un periodo di calo (baby bust): le seconde generazioni, cioè, hanno allineato i propri modelli riproduttivi alla bassa fecondità sabauda. Dalla seconda metà degli anni Novanta al 2008 c’è stata una lieve ripresa delle nascite, di nuovo collegata principalmente all’arrivo d’immigrati, questa volta dall’Est Europa e dal Sud del mondo: le straniere mostrano un tasso di fecondità più alto di quello delle italiane (nel 2006 era 1,17 per le italiane e 2,52 per le straniere)».

Le donne strette tra la necessità di avere un lavoro e di usufruire di servizi adeguati

Negli anni recenti, però, le nascite sono tornate a contrarsi. Considerando come la crisi economica iniziata nel 2008 si sia complicata a causa della pandemia, la riduzione del tasso di fecondità sembra variare in maniera proporzionale al benessere materiale. Ma non è sempre così: non si spiegherebbe la ragione per cui, a partire dagli anni Settanta (di relativo benessere) le nascite si siano arrestate. Secondo Philip Jenkins, storico e docente alla Baylor university e autore di numerosi volumi sul tema della fertilità, «se si guardano i Paesi del mondo, le società a bassa fecondità hanno poca fede; mentre le società ad alta fecondità hanno molta fede, indipendentemente da quale». Questa prospettiva è stata ripresa a inizio febbraio dal Cisf, il centro internazionale di studi sulla famiglia della San Paolo. Secondo l’ipotesi, il processo di secolarizzazione della società e l’allontanamento dalla spiritualità potrebbero rappresentare fattori cruciali nello spiegare il basso tasso di fertilità: le persone, intrappolate in una visione individualistica della vita – quindi protese verso il miraggio dell’autorealizzazione personale – potrebbero essere portate a percepire il figlio come un “ostacolo” al compiersi del proprio percorso. Tuttavia, la spiritualità e la fede potrebbero non essere i soli elementi correlati al fenomeno. Piuttosto, pare chiara la necessità per le donne di avere un lavoro e di usufruire di servizi adeguati (a esempio, l’asilo nido o la scuola materna) a sostenere la possibilità di pianificare una gravidanza. Le persone rinuncerebbero a fare figli non a causa del loro individualismo, ma per la difficoltà a organizzare la propria vita in un sistema sprovvisto di tutele, sicurezze e servizi adeguati.

Maria Delfino

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