Pietro Boffi (Cisf): «Siamo in una “trappola demografica” e rischiamo seriamente di compromettere il nostro futuro»

DENATALITÀ Secondo lo studio Famiglie in provincia di Cuneo: bisogni, servizi, nuovi interventi, pubblicato dalla fondazione Cassa di risparmio di Cuneo e curato dal Centro internazionale studi famiglia del gruppo editoriale San Paolo, la natalità ha subito anche nella Granda il grave contraccolpo della crisi economica, passando dai 5.600 nati del 2008 ai 4.800 del 2016.

Pietro Boffi è un sociologo che collabora con il Cisf, Centro internazionale studi sulla famiglia del gruppo editoriale San Paolo. Con lui parliamo di una mutazione in corso nella società: l’assenza di neonati.

Perché il tema della riduzione delle nuove nascite è così importante per il futuro della nostra comunità, Boffi?

«La denatalità oggi occupa il centro del dibattito, ma già a partire dal 1980 il fenomeno risultava visibile. Le attenzioni dedicate al tema erano tuttavia sporadiche, limitate a titoli di giornale, che restavano privi di un seguito. In questo momento la denatalità s’impone come un problema collettivo di cui prenderci cura con assoluta priorità e urgenza».

Perché questa urgenza? Come può la denatalità influire sulle vite di tutti?

«Al tema è collegato il futuro della nazione e il benessere collettivo, perché la riduzione delle nascite squilibra il rapporto tra le generazioni. Non c’entra il numero quantitativo della popolazione totale – se siamo in tanti o in pochi –, ma è importante che esista un equilibrio tra gli anziani e i giovani: diversamente tra qualche anno ci troveremo con una massa ingente di popolazione non più produttiva e con esigenze sociosanitarie importanti. Infatti, il crescere dell’età media si associa a un incremento delle patologie e quindi dei bisogni di cura. Avremo cioè poche persone che lavorano e molte che hanno bisogno di aiuto. Questo è solo un primo elemento, a cui si aggiunge la fertilità femminile».

A che cosa si riferisce?

«A causa delle nascite non avvenute nei primi anni ’90 (quando il fenomeno della denatalità ha iniziato a manifestarsi), oggi ci ritroviamo con molte meno persone in età fertile. Infatti, le bambine non nate negli anni ’90 avrebbero oggi circa 30 anni, che è l’età media in cui si porta avanti una gravidanza. Quindi, nel 2021 nascono meno figli non solo perché cala il numero di figli di ogni coppia, ma anche perché abbiamo meno donne in età fertile. Siamo di fronte alla cosiddetta “trappola demografica”. È necessario dunque compensare gli squilibri della popolazione».

Come si può raggiungere questo obiettivo?

«Le persone non fanno figli non solo per problemi economici, ma anche per questioni culturali e sociali. Una delle dimensioni su cui dobbiamo lavorare è cambiare l’idea dei giovani, secondo cui avere un bambino costringe a cambiamenti importanti nello stile di vita: la gravidanza e la crescita vengono percepiti come limiti gravi alla libertà individuale. Invece va detto che impegnarsi per qualcun altro può restituire valore inestimabile alla vita».

Però non possiamo dare solo la colpa alle persone, considerando che i giovani d’oggi hanno l’impressione di vivere in un mondo in cui le opportunità occupazionali calano, così come gli aiuti e i servizi da parte dello Stato sono risicati. Per cui le coppie si sentono impotenti rispetto al loro futuro.

«Chi oggi ha 30 o 35 anni, e quindi avrebbe l’età giusta per mettere al mondo un figlio, ha una storia precisa. Ha attraversato molti momenti difficili e in effetti il mondo attuale a livello macrosociale non è a loro favorevole. Pensiamo al baronaggio universitario, alla disoccupazione, alla sottoretribuzione. Ma le responsabilità sono da individuare anche nei genitori di questi ragazzi, che hanno costruito un sistema poco supportivo e talvolta hanno veicolato idee e messaggi molto poco responsabilizzanti».

Roberto Aria