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Abitare il piemontese: la parola della settimana è Àj (aglio)

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Paolo Tibaldi

ABITARE IL PIEMONTESE Viso pallido e alito che sa di aglio? Non c’è dubbio: sei piemontese! Nei giorni scorsi ci siamo imbattuti in questo stereotipo autoironico. Su un libro era scritta una frase altrettanto netta: «A mio zio dicevano sempre, hai l’alito che sa di aglio». Lui rispondeva che era meglio avere l’alito aglioso piuttosto che non avercelo proprio.

È di àj che stiamo parlando. Le sue parti sono così suddivise: testa (testa), fisca (spicchio), ressia (treccia) e baȓba dȓ’àj (radici del bulbo). Utilizzato anzitutto come condimento, l’aglio (allium sativum) è un antico rimedio salutistico, definito anche La farmacia dei poveri. Le sue proprietà curative sono sconfinate: dona alla pelle un aspetto sano, favorisce la crescita dei capelli, abbassa la glicemia nel sangue (valido supporto contro il diabete), rafforza il sistema immunitario, regola la pressione arteriosa, previene la trombosi, regolarizza il colesterolo e i trigliceridi. A differenza degli antibiotici sintetici, l’aglio agisce a favore della flora intestinale. Protegge ed elimina i metalli pesanti entrati involontariamente nell’organismo.

Savèj d’àj (saper d’aglio, avere l’alito un po’ molesto) è il prezzo da pagare a fronte di questi vantaggi. La causa è dell’allicina, un composto solforato che funge da antibiotico. Oltre a bàgna càda, bagnèt verd, carne cruda, a contenere aglio è la sòma d’àj (il carico d’aglio): bruschetta, aglio soffregato sul pane e condito con olio (ai bimbi e ai delicati va accomodato con fiore di camomilla). Un altro sinonimo di aglio è vanilia ‘d Bra: essendo l’aglio un aroma eccezionale per le carni (come lo è la vaniglia per i dolci), è il probabile ingrediente speciale per il condimento della nota salsiccia di Bra.

Con ajat s’intende l’aglietto giovane, fresco, ancora privo del bulbo. Sarà per questo che in piemontese la giovinezza viene paragonata all’aglio: et sei giovo pai d’in àj (sei giovane come un aglio). Per mandare qualcuno al diavolo un piemontese poco diplomatico dirà: vate a ‘mpì ‘ȓ cu d’àj (la traduzione è superflua). Anche sulla parsimonia piemontese entra in gioco l’aglio: tut o ven a tàj, fin-a ȓ’onge a plé ȓ’àj (tutto può tornare utile, persino le unghie per pelare l’aglio). Se non si fosse capito con l’aglio non si sbaglia. Non per niente si dice mej che ȓ’àj, i-i è mach ȓ’àj (meglio dell’aglio, c’è solo l’aglio).

Paolo Tibaldi

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