Triangolo rosso a Dachau

MEMORIE Con il libro di Paolo Liggeri si completa la bibliografia sul beato albese Girotti
«Come ricordo di una guerra che tu pure hai subìto offriamo di tutto cuore. Emilietta e Mariuccia». Datata 6 ottobre 1947, la dedica (ordinatamente scritta con una stilografica blu) accompagnava allora il dono di una copia del libro Triangolo rosso, autore Paolo Liggeri, edito da La Casa di Milano l’anno prima. Le vicissitudini dei libri (che inducono a immaginare quelle dei loro possessori) fanno sì che settant’anni dopo, quella stessa copia, entrando a far parte della biblioteca dell’associazione Beato padre Giuseppe Girotti-Giusto fra le nazioni, completi la raccolta dei memoriali di ex internati in cui si cita la presenza, l’operato e la morte, nel lager di Dachau, del frate domenicano albese (1915-1945), arrestato e deportato perché, registrarono puntualmente i nazisti, «aiutava agli ebrei».
I volumi sono conservati e consultabili nella sala a lui dedicata nel complesso della chiesa di San Giuseppe, ad Alba, e si affiancano alle edizioni delle sue opere di studioso ed esegeta, o a testi su cui si specializzò all’École biblique et archeologique française di Gerusalemme, come una grammatica comparata delle lingue ebraica, aramaica e assiro-babilonese che reca la sua firma di appartenenza: «P(ère) Joseph Girotti, Jérusalem 20.11.32».

padre giuseppe girottiSenza cedere a ragioni di semplice coreografia, né scadere in una forma di feticismo collezionistico, è indiscutibile la suggestione provocata dall’accostarsi a un libro posseduto e “segnato” da una personalità come Girotti, uomo di pensiero e insieme di azione (di carità, evidentemente), figura ormai lontana nel tempo, cancellata fisicamente dalla storia insieme a milioni di vittime dello sterminio nazista (e fascista), eppure attualissima – e non solo per la recente beatificazione, o nella ricorrenza del Giorno della memoria, ma per l’idea forte di libertà alla base della sua testimonianza.

Allo stesso modo, si comprende la ricerca dell’Associazione animata da Renato Vai, il suo inseguimento dei testi altrui in cui Girotti si affaccia e compare, anche solamente in poche, significative righe. Come nel diario-memoriale di Paolo Liggeri, sacerdote a Milano, fondatore nel 1943 del centro di assistenza sociale La Casa (ecco spiegata la sigla editoriale), tuttora esistente. La Casa offre aiuto a chi è senza tetto e lavoro, ma anche alloggio a perseguitati politici e razziali… e Liggeri finisce anch’egli internato “politico” a Dachau, insieme ad altri «1.500 preti delle più disparate nazionalità».

In Triangolo rosso (che ha un lungo, dettagliato sottotitolo: “Dalle carceri di San Vittore ai campi di concentramento e di eliminazione di Fossoli, Bolzano, Mauthausen, Gusen, Dachau. Marzo 1944-maggio 1945”), al principio delle pagine che raccontano i fatti dell’ultimo aprile di guerra, Liggeri scrive: «Oggi è Pasqua ed è morto un italiano, Padre Girotti, un frate che sapeva nascondere la sua acuta intelligenza e la sua eccezionale cultura sotto un sorriso umile e buono, quasi di fanciullo. È morto il giorno di Pasqua; e immagino che si sia spento con il suo abituale sorriso, forse più luminoso che mai, per la certezza di risuscitare un giorno come Cristo è risuscitato».

Triangolo rosso deve il suo titolo al distintivo obbligatorio dei deportati per ragioni “politiche”, coloro che sono disprezzati dalle SS e dai kapò per «l’Intelligentia, la Kultur, Dio, la religione». È una lettura aspra e difficile, non certo per lo stile di scrittura, che anzi è chiaro, a tratti colloquiale con il lettore e dai toni, spesso, sorprendentemente scherzosi («secondo il mio solito», riconosce l’autore). L’incipit è addirittura comico (tragicomico): «Questo non me lo sarei mai sognato: oggi sono entrato in San Vittore… e il peggio è che ci sono rimasto». Come una specie di Joseph K., il narratore viene risvegliato dalla polizia («ceffi» detestabili e associati a insetti), fatto vestire e portato via.

Sarà la materia del racconto, naturalmente, a rivelarsi in tutta la sua bestiale durezza, la sua cruda insostenibilità: l’esperienza dell’orrore criminale pianificato, dell’abbrutimento e annichilimento umano che la bolgia del lager rappresenta, e a cui nessuno scampa. Per il religioso c’è il possibile conforto dell’Eucaristia clandestina, della (pericolosa) comunione con altri preti, nell’auto-illustrazione, forse già retrospettiva, di un «ritorno di Cristo alle catacombe».
Edoardo Borra

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