Case per tornare al mondo

Come contrastare la paralisi del terzo settore? Come fronteggiare l’inadeguatezza del piano welfare? Per rispondere, cinque associazioni e cooperative albesi hanno scelto di confrontarsi: si sono proposte di mantenere nel tempo una rete collaborativa per continuare ad aiutare chi è in difficoltà. I progetti Emmaus, Alice, Il campo, Migrantes e Abrate, insieme ai medici dell’Azienda sanitaria locale di Alba e Bra, hanno dato vita all’incontro I colori dell’abitare, non solo case, ma case che curano.

Martedì scorso, nel corso della conferenza, i dieci relatori (rappresentanti delle associazioni e autorità) hanno discusso a proposito di «emergenza abitativa» e «reinserimento sociale». Hanno quindi evidenziato i risultati ottenuti dai gruppi, raccontando esperienze vissute.

«La situazione risulterebbe drammatica nella nostra città senza il lavoro di chi opera nel sociale», ha detto il sindaco Maurizio Marello nella sala dell’Asl. E ha aggiunto: «Nella ricca Alba per molto tempo non si è fatto fronte alle emergenze abitative: oggi esistono pochi stabili costruiti per le fasce deboli. Gli alloggi sfitti aumentano, così come le persone borderline senza dimora. L’Amministrazione s’impegnerà in futuro per collaborare con i gruppi del terzo settore». Alle parole di sostegno ha risposto Annamaria Foglino, membro dell’associazione Il campo: «Dobbiamo continuare a off r i r e un luogo di riposo per il “ c u o r e ” dei più deboli ».

Agli interventi è seguita la descrizione di un metodo di reinserimento in società riv e l a t o s i molto eff i c a c e nell’ultimo decennio: si tratta dei gruppi appartamento, ovvero il percorso di reintroduzione durante il quale gli assistiti convivono in un alloggio, in un normale condominio di città; gli operatori seguono il paziente, concedendogli libertà proporzionate alla condizione psicofisica: un’alternativa alle comunità e alle case di cura. «Solidarietà e tolleranza; condivisione, normalità: sono i principi che vigono negli appartamenti. La casa è un porto sicuro a cui tutti devono avere accesso. È la base della vita», secondo Patrizia Franco, psichiatra del Dipartimento di salute mentale dell’Asl.

Il progetto Emmaus, presente con Alberto Bianco, che si occupa di malattie psichiche e di disabilità, ha comunicato alcune statistiche: il 74 per cento degli inquilini ospitati nelle sei locazioni sono cittadini albesi; il 12 per cento torinesi e il 7 per cento astigiani. Più della metà dei pazienti (78 per cento) è in cura a causa di un trauma familiare. Per questo motivo la terapia dei genitori del paziente risulta tappa fondamentale per un reinserimento efficiente in società. Il 18 per cento delle persone in cura riescono a rientrare in modo pacifico nel contesto familiare. Ma il dato più significativo r i g u a r d a quel 22 per cento dei p a z i e n t i che, dopo il periodo di permanenza nella casa comune, ristabiliscono il proprio equilibrio psichico. Un risultato importante che testimonia l’efficacia della terapia.

A sinistra: Alberto Bianco di Progetto Emmaus, il tavolo dei relatori e il pubblico presente nella sala dell’Azienda sanitaria locale di Alba e Bra.

Marco Viberti

STORIA Laura ha trovato l’uscita dal tunnel

La storia raccontata da M., cinquantenne albese, padre di famiglia, riguarda la sorella, che chiameremo Laura. Secondo l’uomo, la donna ha trascorso una giovinezza all’insegna della tranquillità. «Mia sorella non si è sposata; per questo motivo ha vissuto fino a 60 anni in casa con nostra madre. È sempre stato tutto ordinato», dice con voce pacata. Poi continua arcuando le sopracciglia: «Quando nostra madre è morta, si sono cominciati a notare i primi cenni di malessere ». L’abitudine aveva portato l’anziana a credere stabile e immutabile la sua vita, afferma M.: in altre parole, Laura non ha elaborato il trauma provocato dal lutto, la sua idea di realtà si è spezzata e lei non ha retto. Quando gli psichiatri hanno diagnosticato un atteggiamento psicotico, i familiari hanno reputato opportuno affidare Laura alle cure degli operatori sociali della cooperativa sociale Progetto Emmaus: la donna da una decina d’anni vive in un alloggio assieme ad altre quattro persone. All’inizio era assistita, perché inabile a svolgere le azioni primarie. Poi, progressivamente, ha ripreso contatto con la realtà, raggiungendo la semi-autonomia. «Dopo anni di reinserimento in un gruppo appartamento, posso dire che mia sorella ha recuperato al 95 per cento le sue facoltà. Ora Laura ha settantadue anni, ma ne dimostra trenta, sorride spesso e qualche volta, addirittura balla».

mar.vi.