Il direttore risponde (9 aprile)

«Nessuna prospettiva e vince chi dice più parolacce»

Egregio signor Direttore, non possiamo più accettare che a tutti i livelli regni la maleducazione e l’uso di parole che denigrano e offendono gratuitamente. Ogni volta che qualcuno pronuncia o scrive una parolaccia, c’è un altro che la legge o l’ascolta e la ripete. La fretta, la stanchezza e lo stress influiscono sull’umore di tutti noi. Ci si arrabbia per ogni fatto che ci accade. Si insulta e si maltratta con un tono odioso anche il più innocente dei bambini. Così facendo si insegna che l’unico modo di confrontarsi e di comunicare corrisponde allo scontro verbale e personale! Chi trova le parole più cattive finisce sui giornali o fa notizia in tv, diventa addirittura famoso. È vero che le libertà di pensiero e di espressione devono essere garantite in uno Stato che voglia definirsi democratico, ma arrivare al punto che stiamo vivendo adesso, senza nessuno che autorevolmente si opponga e ci salvi da questo scadimento collettivo, è inaccettabile. Cosa stiamo insegnando ai nostri giovani? Un tempo se chiedevo ai giovani quali prospettive avevano per il futuro, mi sentivo rispondere: «Un lavoro, una famiglia e una casa». Ora non ci sono più certezze neanche a 40 anni. Si pensa solo a cosa si farà nel fine settimana o nelle prossime vacanze. Nessuno programma più la propria vita. Nessuno può più permettersi di pensare oltre, altrimenti potrebbe anche ammalarsi di depressione. Alle ultime elezioni sono stati scelti coloro che sapevano usare “termini forti” e insulti, che hanno saputo interpretare e dare voce alla rabbia che sta salendo nella gente, ma che non hanno idea di come si possa uscirne. È una follia collettiva che ci invade e quando ce ne accorgeremo, ci ritroveremo come dopo una guerra, con i più deboli che saranno morti o feriti psicologicamente. Ora non è più tempo di propaganda elettorale, non servono più le promesse di un futuro migliore; è il momento di lavorare per realizzare, concretizzare e dare inizio a nuovi progetti. Chi lo farà? Chi avrà la forza e il consenso per farlo? Molti hanno paura delle conseguenze del cambiamento, ma non è più possibile rimandarlo!

Ada Toso, Diano

Il turpiloquio, le parole volgari, mi hanno sempre dato fastidio. Anche perché spesso servono solo a denigrare l’altro, che diventa un avversario, un nemico. E impediscono qualsiasi forma di dialogo, di ragionamento per trovare una soluzione condivisa. In realtà nascondono la mancanza di idee. Tutto questo vale in qualunque contesto, ma a maggior ragione nel confronto politico. Tuttavia, questo uso disinvolto delle parole, che diventa offensivo, non è così recente. Da diversi anni molti politici, con la scusa di essere più vicini al linguaggio del popolo, più alla mano, hanno farcito di insulti il loro modo di parlare. Soprattutto, c’è una volgarità ancora peggiore: quella di chi, magari usando sempre parole appropriate, ha approfittato del ruolo istituzionale a proprio beneficio. I cittadini sono stanchi di ruberie, di approfittatori, di ingiustizie. Sono stanchi delle solite facce, quelle di chi non ha saputo risolvere i problemi del Paese e continua a riproporsi senza pudore. Che cosa possiamo fare? Mentre speriamo che gli attuali parlamentari abbiano un sussulto di dignità e pensino finalmente al bene dell’Italia, possiamo e dobbiamo partire dal basso, da noi stessi, dall’esempio quotidiano. A casa, a scuola, nel mondo del lavoro, nei rapporti interpersonali. Dobbiamo ricominciare a comportarci correttamente, a vivere in maniera sobria, a mettere al primo posto i valori autentici. Il grande fascino che il nuovo Papa sta esercitando, non solo sui fedeli cattolici, è dovuto sì al suo carisma personale, ma soprattutto al fatto che dice cose vere, semplici, genuine. Parla del Vangelo e ci ricorda di vivere con amore, di non perdere la fiducia e il coraggio, di non lasciarci vincere dal male, ma di vincere il male con il bene. In fondo, ne abbiamo tutti nostalgia.