Mononoke e migranti per la partita antirazzista, si replica il 17 febbraio

ALBA Lo scatto sulla fascia sinistra, un cross in mezzo e un colpo di testa. Il portiere intercetta e rilancia. Il libero stoppa la palla e riparte.

Uno schema ordinario nelle partite, ma non in questa. Qui il rilancio equivale a una frase di denuncia, lo scatto sulla fascia a una fuga da etichette sociali e discriminazioni.

Lo stop coincide con un ripartire, ricostruire tattiche di emancipazione. I giocatori sono metà ragazzi albesi tra i 20 e i 30 anni e metà migranti africani, anime che hanno attraversato il Mediterraneo in fuga da drammi e che oggi vivono nei centri di accoglienza di Roddi e La Morra.

Di recente sono stati bersaglio di discriminazioni intense da parte della popolazione albese sui social, soprattutto dopo la manifestazione organizzata a gennaio da Carovane Migranti in cui i rifugiati reclamavano attenzione e diritti a trattamenti equi.

Nella partita alcuni indossavano una maglietta con sopra disegnate un paio di forbici: il simbolo del  Collettivo Mononoke, organizzatore dell’iniziativa. Un gruppo che ad Alba da anni si batte per i diritti dei più deboli attraverso informazione e pratiche di strada.

La partitella di calcio organizzata in H-Zone il 3 febbraio raccontava dunque varie storie. Storie perlopiù di chi non si arrende. I richiedenti asilo che arrivano in bicicletta nonostante i 10 km di pedalata al freddo.

“S’è dato un vero e proprio calcio alla discriminazione dilagante, riprendendo daccapo il concetto di accoglienza”, dicono da Mononoke.

“Sfamare o relegare i ragazzi in hotel dismessi non rappresenta una valida gestione del fenomeno migratorio (che da sempre caratterizza la civiltà); suona logica e spontanea l’opzione di agire in una direzione più umana, ovvero verso la solidarietà attiva: da parte della cittadinanza occorre conoscere, capire, vivere (in altre parole essere amici con) i rifugiati– in modo naturale, senza fidarsi di malelingue elettorali, di televisioni o giornali.

La generalizzazione e i giudizi avventati si trasformano presto in malevolenza, in cieca ostilità – e non solo il passato lo insegna. Per noi è fondamentale continuare a credere nel sogno d’abbattere le frontiere e di un mondo privo di disparità. Perseveriamo con le nostre idee perché i sorrisi, i pianti gli abbracci e la condivisione di storie inenarrabili battono qualsiasi confine”.

La prossima partita sarà il 17 febbraio. Sempre nello stesso parco. Chi vorrà esserci aggiungerà un pezzo a un processo di ricerca di equità sociale e umana, una battaglia che si gioca nel locale ma si riverbera nel globale.

Matteo Viberti