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I negozianti hanno pochi dubbi: «Rimboccarsi le maniche»

INCHIESTA

Arte in salvo? La diagnosi non è semplice: la recessione costringe i commercianti a negoziare con l’incertezza, ad arrabattarsi, a gestire un disagio che non dipende da loro, ma diventa parte del tessuto sociale. E mentre il vociferare – a tratti invidioso, a tratti speranzoso in un riscatto in cui credere – si ostina a dipingere Alba come immune alla malattia finanziaria, Gazzetta ha provato a immortalare lo scenario, a capire cosa accade nelle botteghe, nei negozi di vicinato, nei piccoli esercizi. Il versante artistico a quanto pare resiste, oppone con successo la sua irrazionalità alla razionalità imperante: come ci spiegano da Musicart, «il mercato e le vendite sono in minima flessione, un calo trascurabile. La grande concorrenza non ci preoccupa, quello musicale è un settore che tiene duro e a cui la gente non rinuncia».

Bambini e sacrifici. Quello ludico, invece, sembra un impero in difficoltà: le famiglie tentennano, sacrificano la spensieratezza e riducono le concessioni ai piccoli. Da Toysland c’è preoccupazione: «Il lavoro ha subìto notevoli contrazioni, soprattutto negli ultimi mesi. Le vendite di Natale 2010 sono state di gran lunga superiori a quelle del Natale 2011. Il problema? La gente non ha soldi, preferisce spendere per beni di immediata necessità». Pure lo sport se la cava male. Chiamiamo Garesio sport: «È un disastro, stiamo subendo una massiccia riduzione del volume d’affari. La gente preferisce i grandi centri commerciali. Garantiamo qualità superiore. Eppure, al cliente importa poco: meglio risparmiare». La sensazione è di impotenza, perché «dal basso possiamo fare poco, se non rimboccarci le maniche, come d’abitudine. Dall’alto c’è lontananza: i politici fanno nulla per agevolare o scongelare il tessuto commerciale. Servono interventi sulla popolazione, per far riacquistare fiducia alla gente».

Futuristi. Stessa linea discendente la segue l’abbigliamento: secondo il proprietario di un negozio del centro, «l’estetica è la prima a venir meno in momenti di recessione: ad Alba l’abbigliamento va male, resisteranno solo i negozi che hanno una clientela affezionata». Bene vanno invece le gastronomie e gli alimentari, i quali forse hanno un serbatoio di clientela di fascia più elevata. Dalla gastronomia Da Gianni dicono: «Siamo in linea col passato. I centri commerciali son sempre esistiti, non ci fanno paura. Anche a sentire i nostri colleghi, la situazione albese rimane relativamente stabile». La vera immunità dalla crisi sembra però convergere nella tecnologia, che cavalca l’onda del presente. Le riparazioni pc, l’installazione di software, i controlli e le pulizie degli hardware sono l’espressione del futuro, sono il “feticcio” irrinunciabile a percepirsi in linea col tempo. Ci spiega un commerciante della periferia, che richiede l’anonimato: «Tutti hanno un pc, la rete attrae quote sempre più significative di professioni e attenzioni. Se c’è un settore verso cui la gente dirotta i propri risparmi, è quello dell’elettronica. Unico problema, è la spietata concorrenza».

Interpretazioni. Infine la nicchia dal significato affettivo, quello degli animali. Da Mr animal raccontano che la crisi è innegabile, ma «se ti sai muovere bene, riesci a individuare le mutevoli esigenze del cliente. Le vendite sono aumentate, non il nostro potere d’acquisto: il costo della vita è alle stelle. È una variabile indipendente dall’esito del commercio». C’è dunque frammentarietà. Strutturalmente forte, il commercio nel contesto urbano dimostra tenacia, ma non mancano segnali negativi. Una verità sembra emergere: il problema non è strategico né solo economico. Servono nuovi approcci per chi vuole abitare il futuro.

m.v.

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