Scopriamo con Paolo Tibaldi il significato del modo di dire “Fè san Martìn”

San Martin Santo patrono dell’11 Novembre; sinonimo di trasloco

Oltre che essere il Santo Patrono dell’11 Novembre e un piccolo grappolo d’uva che cresce alla cima della vite, San Martino è un modo di dire. Nella fattispecie la dicitura corretta e completa è “fè San Martìn”, fare San Martino, traslocare.

In territori rurali come il Piemonte, da tempi remoti fino al passato più recente, l’anno lavorativo di braccianti e mezzadri terminava agli inizi di Novembre, proprio dopo la semina. Qualora il datore di lavoro (sovente il proprietario stesso della cascina) non rinnovasse il contratto al suo bracciante, questi era costretto a trovare un nuovo impiego o ‘schiavenza’ presso un’altra dimora agricola; si assisteva quindi ad una vera e propria migrazione, un trasloco lavorativo e residenziale per tutta la famiglia. La data tradizionale, per ragioni climatiche ed esigenze agricole, era appunto la settimana in cui la Chiesa celebra San Martino di Tours. Questa pratica svela senza dubbi la grande versatilità, il grande spirito di adattamento, tenacia e dedizione delle persone piemontesi.

Non è l’unico riferimento popolare legato alla religione: fé ‘ȓ bin, significa recitare le preghiere serali, andé a ȓa dotrin-a vuol dire partecipare al catechismo, fé deuȓ è il lutto che si portava. Il ceȓigòt è il chierichetto, mentre curiosità vuole che la Monia – suora – piemontese, trovi il corrispondente assonante nella parola catalana Monja.

Quando qualcuno è giunto al termine di qualcosa, sovente dei suoi giorni, si dice che è arrivato all’itemissaest, poiché nelle messe latine il famoso “la messa è finita, andate in pace!” recitava proprio così; per non parlare dei sicuteȓa, coloro che la fanno talmente lunga da ricordare il “sicut erat in principio…” del Gloria al Padre. Infine l’arcobaleno, da alcuni chiamato arcanciel, da altri sentuȓa ‘d San Pé – cintura di San Pietro.

Ora per “dissacrare” bisogna confessare che anche i proverbi legati ai pastori della chiesa sono svariati e, talvolta pungenti. Un po’ come questo: ij preve diso a noi che fasso penitènsa, ch’ei dàgo tut a lor e noi che stàgo sènsa.

Paolo Tibaldi