Augusto Manzo, re del balon, nel nuovo disco di Mauro Carrero

PROGETTO «Come il Maracanà aveva il suo Pelé, così anche il Mermet aveva un solo re». Provate a rileggere questa frase, divertente e già musicale sulla carta, dove Mermet va pronunciato, come la sua origine vuole, alla francese. Una filastrocca alla Rodari? Uno scampolo di Quartetto Cetra? Ora fatene un ritornello, che spunti e trotterelli sul ritmo di un samba: una piccola, colorata rivisitazione del samba, per rendere un omaggio lieve, antiretorico e dunque ancora più efficace, ad Augusto Manzo, il «re», appunto, dei giocatori di pallone elastico, quei «leoni da cortile» di cui seppe scrivere, ammirato, Giovanni Arpino. Ed era stato proprio Arpino che, per offrirne una adeguata misura sentimentale, aveva paragonato al favoloso stadio Maracanà di Rio de Janeiro lo sferisterio di Alba (in queste ultime settimane, con coraggio e passione, recuperato senza più ombre alla sua vocazione). Fatti insomma questi trasporti, avrete la canzone Il re del Mermet, al centro del secondo album scritto e cantato da Mauro Carrero, Marelanga, un’autoproduzione ora in fase di missaggio.

Già autore di Jose e Davide, il “film cantato” realizzato nel 2017 a partire da un soggetto per il cinema di Beppe Fenoglio, Carrero conferma un interesse profondo e meditato per la Langa, la sua storia e il suo patrimonio mitologico più autentico e incorrotto – che rilegge sempre con adesione e coinvolgimento personali. Una figura a mezzo tra storia e mito è certo quella di Augusto Manzo (1911-1982): Carrero, appena quarantenne, non può averlo conosciuto che attraverso i racconti: ma anche la sua canzone, il fatto che lui abbia deciso di scriverla, prova come il mito resista alle generazioni, portando con sé una cultura, un mondo, una cifra stilistica che continuano a ispirare.

Marelanga: perché questo titolo così denso e simbolico, Mauro?

«Mi sembrava una parola che evocasse con efficacia quello che da più parti, e anche da Fenoglio, è stato definito “quel mare di colline” che sono appunto le Langhe. Una terra che, peraltro, geologicamente si è formata dal mare. Non solo ma, da certe zone, a volte sembra quasi di avvertirne il sentore. Inoltre è un gioco di parole tra Madre Langa, madrelingua, Marelanga che faccio nella canzone omonima. Poiché la maggior parte dei pezzi è ispirata a questa terra e al suo fascino paesaggistico, l’ho scelto anche come titolo generale».

Sin dal principio, con la canzone L’affine, si indaga il rapporto con la storia, si cerca un’identità che però non è di sapore nazionalista o sciovinista, ma esistenziale e umana.

«Esatto. Quello della ricerca di un’identità, della contemplazione delle origini, della storia personale ma anche collettiva, è uno dei temi portanti dell’album, nonché una delle ragioni che mi hanno portato a “tornare” a vivere nella terra che fu dei miei nonni paterni».

Come nasce una canzone di Mauro Carrero? Com’è nata, ad esempio, Il re del Mermet?

«A scrivere riesco solo con la mente serena e sgombra da pensieri più prosaici. Il più delle volte ho un’idea che rimugino per un po’. Riguardo a Il re del Mermet, la prima idea mi venne nel trovarmi di fronte, ogni volta che scendevo ad Alba, la statua di Manzo, poi lessi un libro su di lui e da qualche parte mi imbattei nell’articolo di Arpino. Mi piaceva l’idea di questo inatteso accostamento tra le Langhe e il Brasile (che mi ha sempre affascinato musicalmente). Scrissi prima le strofe poi mi venne in mente che Pelè era soprannominato “o rey” e trovai il ritornello. Ma devo dire che è stato fondamentale l’aiuto di Beppe Rosso: non solo è stato lui a suggerirmi come dare il giusto colore carioca alla canzone, ma mi ha seguito negli arrangiamenti e, soprattutto, mi ha dato quella fiducia necessaria a proseguire nel lavoro. Senza di lui quest’album non avrebbe visto la luce».

Per la canzone su Manzo, Arpino è stato un riferimento importante: ma nel progetto del disco, “Arp” non dovrebbe comparire una seconda volta?

«Avendolo chiamato in causa una prima volta, ho pensato di riprendere una canzone che avevo musicato qualche anno fa col testo dello stesso Arpino (l’unico testo non mio) su richiesta di un amico per un documentario dedicato alla tragedia del Grande Torino, della quale quest’anno ricorreranno i settant’anni».

Il disco sembra quasi un “atlante sentimentale” della Langa, compilato da un abitante di oggi che la guardi attentamente per capirla e farla propria, per non perderla né in derive nostalgiche, né in semplificazioni modaiole.

«Sebbene la storia e il passato, anche molto remoto, siano temi ricorrenti, non c’è un intento passatista ma la volontà di comprendere meglio, attraverso di essi, il presente e l’identità attuale».

Edoardo Borra