Una donna da anni contro la ’ndrangheta (e la burocrazia)

LIBRO «Quando si parla di mafia il pensiero corre subito alla violenza assassina che spegne la vita di altri mafiosi o di vittime innocenti… Pochi, però, si sono interessati di un altro tipo di vittime, quelle che hanno trovato la forza e il coraggio civile di denunciare e di indicare i colpevoli di omicidi e altre nefandezze compiute dai mafiosi», così Enzo Ciconte, docente di storia delle mafie italiane all’Università di Pavia, scrive nella prefazione alludendo alla protagonista del libro: Marianna F., una testimone di giustizia costretta a vivere da fantasma per aver denunciato la ‘ndrangheta.

TESTIMONE DI INGIUSTIZIA
Marianna F., Eugenio Arcidiacono
Edizioni San Paolo
160 pagine
18 euro

«Quando ero bambina, il mio paese, che si trova a una manciata di chilometri da Crotone, era un’oasi felice. Anche da noi in tanti erano emigrati al Nord o in Germania, ma chi era rimasto non se la passava male grazie soprattutto alla presenza di due fabbriche: uno zuccherificio e un’azienda che produceva conserve di pomodori. Anche mio padre in estate andava allo zuccherificio. Il resto dell’anno faceva il contadino. Avevamo un terreno che ci dava olio, pomodori, arance e uva». Il tempo passa ma già all’inizio degli anni ’90, in Calabria, i clan comandano con ferocia mentre lo Stato sembra quasi inesistente. I suoi fratelli sono assassinati e Marianna, giovane laureata, lascia un buon lavoro e i suoi sogni e decide di testimoniare perché crede nella giustizia. Da allora, con i suoi familiari, inizia il calvario della vita sotto protezione, fatto di promesse mai mantenute e di una burocrazia ottusa e spietata che fa di tutto per negarle diritti elementari.

«Non l’avevo mai vista, ma ho capito subito che era lei, nonostante la piazza a quell’ora del mattino fosse piena di gente. Camminava a passi svelti e si guardava intorno. Come se qualcuno la osservasse. O la seguisse»: così Eugenio Arcidiacono, giornalista di Famiglia cristiana, descrive Marianna, quando decide di incontrarla per raccogliere la sua testimonianza. Il progetto, concretizzato nel libro, è raccontare la storia in prima persona, come se fosse un romanzo.

Sono passati venticinque anni e Marianna vive ancora in un limbo, con la paura ogni giorno di una vendetta da parte di gente che non dimentica mai. Vive grazie anche alla sua grande fede e continua a combattere affinché lo Stato le restituisca una vita dignitosa. L’esperienza dolorosa non spegne la speranza e Marianna inizia il suo racconto con un augurio rivolto ai bambini calabresi: «Da grandi non siano costretti a fuggire dalla loro terra».

c.w.