Sulle montagne della Granda segni di guerra

CARTA Novant’anni della storia d’Italia riassunti in 152 punti di una carta escursionistica dedicata alle fortificazioni costruite in Valle Stura fra il 1874 e il 1940-41. A portare a termine l’impresa è stato un gruppo di appassionati che nel 2014 ha dato vita all’Asfao, acronimo dell’Associazione per lo studio delle fortificazioni alpine occidentali: Matteo Grosso, 30 anni di Savigliano, uno dei soci fondatori ci parla del progetto, fresco di stampa: «Ci abbiamo lavorato per due anni con continue ispezioni e rilievi fotografici delle opere per ultimare il georeferenziamento. Ogni punto, raffigurato sulla cartina, ha un sistema di tracciamento Gps che permette di raggiungerlo con un margine d’errore di pochi metri». La mappa, sviluppata in collaborazione con l’azienda turistica di Cuneo e la comunità montana Valle Stura è stata pubblicata in tarda estate dalla casa editrice Fraternali: «La pandemia purtroppo non ci ha permesso di presentarla».

Indirizzare le escursioni in quota verso un patrimonio storico troppo spesso sottovalutato: questo è lo scopo. «La Valle Stura era, dopo la Val Roya, la più fortificata del Piemonte: dimensioni e accessibilità la rendevano importante. In questi anni abbiamo censito un migliaio di punti: da ricoveri e trincee fino all’ultima delle buche; troppi perché fossero accessibili al pubblico, così li abbiamo sfrondati». La base grafica sono le cartine, in scala 1 a 25mila, della casa editrice. Sette simboli classificano le diverse strutture: «Per ciascuna è stato indicato anno di costruzione, armamento, presidio e alcune curiosità». Così si scopre che, in valle, c’erano tre teleferiche: la più importante lunga 12 chilometri, riforniva di munizioni, con sette stazioni, le postazioni sul Colle della Lombarda (percorrendo un dislivello di 1.400 metri).

Decine le batterie di artiglieria. Tra queste, «nei pressi del santuario di Sant’Anna di Vinadio, una piazzola in cemento armato sulla quale erano alloggiati due pezzi da 305 millimetri. Un obice da 380 si trovava a Ponte Bernardo, sopra Pietraporzio: quando scoppiò la guerra c’erano i proiettili, ma non le cariche di lancio». Bunker, caverne, casermaggi e trune, «un ricovero per pastori prestato all’uso militare: due pareti e una volta ad arco, parzialmente interrate. Sull’altipiano della Gardetta ce ne sono un centinaio, abbandonate perché troppo umide». Ogni struttura compone una pagina di storia iniziata all’indomani dell’unità d’Italia, che ha reso la valle una gigantesca caserma fino alla campagna di Francia del giugno 1940. «Le linee fortificate risalgono a due diverse fasi: la prima, detta triplicista, coincide con l’alleanza fra Regno d’Italia e gli imperi di Germania e Austria-Ungheria, contro la Francia; la seconda inizia con la circolare 200 del 6 gennaio 1931», spiega Grosso.

I primi cantieri sono antecedenti il 1861: il forte albertino di Vinadio è degli anni ’30 dell’Ottocento, quando la tattica militare si basava sul cannone, per mantenere lontane le batterie avversarie. «Le prime opere tripliciste risalgono al 1874, le ultime, i forti di Sampeyre, costruiti nel 1905, si trovano in Val Varaita». Nella Valle Stura sono gli anni della “corsa verso le vette”. Un esempio su tutti è «il forte di Vinadio: piazzato nel fondovalle, è rafforzato con una serie di batterie d’appoggio sui crinali laterali. È il caso delle postazioni Sarziere e Neghino». Il progresso tecnologico, nell’Europa della Belle époque, rende più accessibili le vette alle truppe: gli stati maggiori corrono ai ripari portando in quota i presidi, «fino ai 2.500 metri di Testa Rimà nel vallone di Riofreddo».

I massacri della Grande guerra stravolgono gli scenari tattici, l’avvento del Fascismo fa il resto e, negli anni ’20, riprendono le sperimentazioni sul confine occidentale. «La mitragliatrice sostituisce il cannone: le nuove postazioni assomigliano alle caverne dell’Adamello. La lezione del forte Verena, completamente distrutto dalle artiglierie austriache, non è andata perduta». Attorno al 1934, nella bassa Val Roya, sono portate a termine le prime fortificazioni di quello che, la propaganda fascista, battezza come Vallo Alpino. «La distensione dei rapporti con la Francia, a metà decennio, ritarda la prosecuzione dei lavori. Quando, nel 1937, ricominciano mancano i soldi: i cantieri procedono al risparmio».

Lo stesso anno dal Regio Esercito viene staccato un corpo destinato a occupare le linee montane: «Nasce la Guardia alla frontiera. L’organizzazione si basa sul settore, equivalente a un reggimento». La valle costituisce il terzo settore, esteso anche a parte della Val Maira: «La Gardetta si poteva raggiungere solo dalla Valle Stura, attraverso il Colle Fauniera». Due le linee a raddoppio avanzato o arretrato: «Cioè con avamposti o opere arretrate. Erano studiati perché tutte le armi potessero battere, con il tiro di difesa, le posizioni. Gli stessi bunker permettevano il fuoco d’infilata». Il 10 giugno 1940, con due armate, l’Italia invade la Francia: «I fanti dormirono nelle caserme e in linea solo durante quei 15 giorni, fino al 25. In tempo di pace c’erano presidi solo nel fondovalle» conclude Matteo Grosso. L’ultimo capitolo si consuma l’8 settembre 1943: «Alcune batterie, come quelle del Monte Vaccia vengono poste in allarme, allineano i pezzi e li abbandonano poco dopo. Durante il rastrellamento dell’estate 1944 i cannoni vengono fatti saltare». Concluso il trattato di pace, nel 1947, i confini alpini vengono arretrati e parte delle linee finisce in territorio francese: «In questo modo bunker come quelli del vallone di Castiglione, si sono salvati dalla rovina».

Davide Gallesio