Pietro, che sapeva vedere al di là

Caro Pietro, tu che consideravi valore ogni forma di vita, la stanchezza di chi non si è risparmiato, un sorriso involontario…
Tu che consideravi valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale purtroppo sempre meno, l’onestà…
Tu che consideravi valori le ferite, tu che consideravi valore tacere in tempo, accorrere a un grido di dolore, provare gratitudine senza ricordarti di che, per semplice e pura generosità d’animo, vedere negli occhi di un bambino l’infinito…
Tu che consideravi valore un refolo di vento, quasi rappresentasse un alito di libertà, l’uso del verbo amare e la fede nell’esistenza del Creatore, tu ci hai lasciato.
Sembravi troppo forte per morire; troppo vivo per abbandonarci, troppo proiettato in avanti per non avere un domani. Non dimenticherò mai il momento in cui l’ho saputo. Come descrivere la vertigine da cui è colta la mente nell’irruzione di quell’assurdo, il senso di precipitare nel vuoto, come se si fosse oltrepassato il cornicione di un palazzo e, nella caduta, ci si aggrappasse a sottili ramoscelli.

Allora tutto il mondo cambia. Niente è e niente sarà più come prima. Certo non per la nostra famiglia.
Ma una cosa non cambierà: per noi, sarai sempre i quattro punti cardinali dello spazio, la prima aurora del mattino e l’ultimo bagliore di stella della sera, le nostre radici più profonde e il nostro cielo più alto.
Pietro, ti rivediamo in questo momento, con la tua fermezza ma anche con la tua dolcezza, con la tua saggezza ma anche con il tuo candore, con la tua convinzione, l’amabilità del tuo sguardo, il tuo sorriso, la luce dei tuoi occhi.
E nei momenti di serenità, dopo l’attività lavorativa, quante volte avrei voluto rubarti lo sguardo, quell’estraneamento, quella capacità di trovarti altrove rispetto alla realtà, quando sembravi di poter cogliere brevi scorci di bellezza là dove altri occhi non scorgevano che la banalità del quotidiano. Quello sguardo sfuggente dava l’impressione di poter vedere le cose oscillare e perdere i loro contorni ragionevoli, come fanno le forme delle cose d’estate nelle vibrazioni del calore. In quei momenti, quanto mi sarebbe piaciuto essere te, con quel distacco: il mondo di certo mi sarebbe parso meno implacabile di quanto mi pare oggi, perché tu non sei qui con noi.

Abbiamo sempre ammirato la tua capacità di giudizio, il tuo sdegno per la disonestà e la banalità, la tua lungimiranza. Ma soprattutto l’audacia della speranza, la forza del volgere lo sguardo sempre in avanti, l’andare oltre, il vedere al di là. L’audacia della speranza: credimi, oggi non è solo un giorno di lutto per il mondo imprenditoriale, ma per l’intera comunità, perché tu eri un uomo profondamente umano. Ma chi piange la tua perdita abbia il cuore sollevato, sapendo che è alla fine di ogni sfida che ci aspetterai, e questo è il nostro conforto, perché amarti è il sapere andare oltre, oltre il tragico vuoto della perdita, oltre il senso irreparabile della sciagura, oltre la disperazione della tua assenza.
Pietro. Il tuo non sarà un destino infranto, un progetto incompiuto, un sogno dissolto, un’opera lasciata a metà. Tu che hai amato sopra ogni cosa questo gruppo che è stata la tua prima casa, la Ferrero, hai sempre voluto che questa grande storia di successo nel mondo non si interrompesse. Alla presenza di tuo padre, che da sempre ci ha guidati per mezzo della sua visione creativa, dell’amore infinito e del sostegno di tua madre, della tua fedele e dedita consorte, Luisa, dei tuoi tre teneri figli, e alla presenza dei tuoi collaboratori, con orgoglio tutti noi ti promettiamo qui di continuare a scrivere ancora pagine di successo di questa nostra opera. Tu ce lo ricordavi spesso: lavorare per creare e donare. A ogni pagina scritta, sarai lì ad aspettarci e abbracciarci; a ogni pagina scritta, ci ispirerai e consiglierai, a ogni pagina scritta ci sorriderai e indicherai la strada. Sappi, Pietro, che oggi siamo più che mai determinati nel farlo, perché abbiamo una motivazione in più: farlo nel tuo nome.

I tuoi genitori, Pietro. Una donna che perde il marito è una vedova. Unbimbo che perde il papà e la mamma è un orfano. Ma per indicare dei genitori che perdono il figlio non vi è nome. È un dolore innominabile e innominato perché strazia; è un tarlo che rode; è un cancro che divora. Soprattutto, è una sofferenza lancinante perché contro natura. Veglia su di loro da lassù, Pietro.