La sfinge del galio vola lungo il Tanaro

«Su un cespuglio ho visto un insetto: colori sgargianti, forma
da colibrì, mostrava una lunga proboscide con cui si avvicinava ai fiori e ne succhiava
avidamente il nettare»

TANARO TESORO DA SALVARE «A ridosso del Tanaro camminavo spensierato, mentre l’estate spatolava il cielo d’azzurro e i soffioni mi finivano nel naso con i loro polverosi frutti. Ero felice, ad Alba l’estate è bella e si ha l’impressione di venire trasportato in un fagotto di lenzuola profumate, le cui pareti hanno l’immagine delle colline». Le parole di Andrea, 49 anni, portano poesia a un racconto che di sereno ha solo l’inizio.

«Il mio rapporto con il Tanaro è sempre stato di naturale spalleggiamento, come il giocatore di tennis e il suo allenatore. Sono sovente sulle rive, passeggio, mi alleno di corsa o faccio barbecue con gli amici al parco. Per me il fiume è un elemento necessario, a cui penso come fonte di bellezza. Eppure quest’anno il Tanaro ha voluto interrogarmi, mettermi alla prova spedendomi di fronte agli occhi, per ben due volte, la sfinge».

La sfinge del galio vola lungo il Tanaro

Chiediamo che cosa significhi. Andrea non esita: «Su un cespuglio di fiori colorati, una mattina, ho visto un insetto. Sono certo non provenisse da queste terre. Colori sgargianti, forma da colibrì – ma carnoso –, mostrava una lunga proboscide con cui si avvicinava ai fiori e ne succhiava il nettare. L’ho visto aleggiare, succhiare, indugiare un attimo e via. Forse è un’allucinazione, mi sono detto. Qualche settimana dopo, lungo il tratto di Tanaro che parte dal carcere e corre lungo la tangenziale, quell’esotico insetto è però tornato a visitarmi lo sguardo. Non era lo stesso: colori differenti, stavolta aveva zigrinature rossastre, ali di rubino, ma succhiava con medesimo entusiasmo la dolcezza dei fiori».

Andrea prosegue: «Sono tornato a casa, ho digitato su Google le caratteristiche dell’insetto. Poi ho letto Wikipedia e ho capito: era una sfinge del galio. Ecco cosa dice la pagina Web: “La sfinge del galio è un lepidottero appartenente alla famiglia delle sphingidae, diffuso in Eurasia e Nordafrica; è conosciuto anche col nome di fiutola, farfalla sfinge o sfinge colibrì”. Immaginai la migrazione del lepidottero, chilometri e chilometri. Un simile esodo per venire fino a qui? Un esperto mi ha poi detto trattarsi di una specie esotica: la sfinge trova nelle nostre colline un ambiente favorevole perché simile a quelli aridi, del Sud. Un altro ha però confutato la tesi, dicendo che la sfinge del galio c’è sempre stata in Langa».

Che cosa è poi accaduto? Andrea: «La bellezza della sfinge ha assunto ai miei occhi qualcosa d’ingannevole. Dietro il suo volo si nasconde un dramma. Il cambiamento climatico si propone ai nostri occhi con sembianze di sirena. Accade così ai viticoltori: alcuni di loro sono contenti per il surriscaldamento globale, hanno uve più mature, gongolano per il raccolto. Esultano per il loro presente da imprenditori, mentre dovrebbero invece piangere per il loro futuro di uomini. Tutta questa storia, la storia di un semplice insetto, mi ha cambiato. Oggi passeggio lungo il Tanaro e guardo il fiume con occhi diversi, come uno scrigno dai fuggevoli tesori, che racconta storie molto più dense della loro apparenza».

Sara Elide

Tanaro, tesoro da salvare

QUANDO IO E MIO PADRE PESCAVAMO SULLA SPIAGGIA DI GHIAIA BIANCA

La sfinge del galio vola lungo il Tanaro 1«Ricordo quando il fiume era quieto: io e mio padre sedevamo su una spiaggetta accessibile dal parco, infilavi due cespugli ed era come a teatro, un piccolo palcoscenico di ghiaia bianca su cui potevi stare accovacciato anche in mutande: non ti spiava nessuno. Di fronte, osservavamo le grandi pareti di collina erose dalle cave, un’infrastruttura faraonica disegnata da una forza soprannaturale. Il tempo del fiume si accordava al nostro: quello della pesca, dell’attesa, dell’esca sull’amo. Quando prendevamo un pesce mio padre diceva: “Urca!” e mi dava una pacca sulla spalla. Per me erano i tempi supplementari della felicità. Stavo seduto come un re. Il fiume mi insegnava il valore del silenzio e di come si sta vicino a una persona che ami. Mi insegnava l’umiltà. Durante l’alluvione del 1994, qualche anno dopo, ho visto il corso d’acqua infuriato, in una fanghiglia pericolosa e disperata che si allungava fino al nostro cortile. Ero ancora bambino, ricordo mio padre che guardava il fiume con sguardo diverso, lo voleva decifrare per scoprirne il segreto, aveva paura che ruggisse più forte ed entrasse in casa consegnandomi al pericolo. Ogni elemento naturale ha due facce, quella quieta e quella agitata: entrambe mi sono care, nel nostro fiume rivedo la mia storia».

Valerio Giuliano

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