Il Tanaro che chiama: primi segni di malessere

Parliamo di biodiversità e qualità delle acque con Enrico Rivella e Filippo Richieri, due tecnici dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale

TANARO TESORO DA SALVARE Enrico Rivella e Filippo Richieri sono due tecnici dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale) Piemonte. Il primo si occupa di biodiversità, il secondo di qualità delle acque. Con loro parliamo dello stato di salute del Tanaro.

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Come vengono effettuate le rilevazioni, Rivella?

«L’Arpa compie per conto della Regione il monitoraggio delle acque superficiali e sotterranee su tutto il territorio piemontese, così come previsto dall’Unione europea: la direttiva apposita istituisce infatti un quadro d’azione comunitario per impedire il deterioramento dello stato dei corpi idrici. Il Tanaro rientra tra i fiumi più significativi, oggetto di sistematico monitoraggio. Il tratto di nostro interesse va dalla confluenza dello Stura di Demonte fino al Comune di Neive, centro nel quale è localizzata la stazione di monitoraggio della rete regionale dei corsi d’acqua».

Quali dati sono dunque emersi controllando il bacino del Tanaro, Rivella?

«Il tratto è stato analizzato dal 2009; al termine dei primi sei anni di esame (quindi, nel 2014) il corpo idrico risultava in stato ecologico e chimico buono. Nel 2015 è stato avviato il secondo ciclo di monitoraggio che si concluderà nel 2019, anno in cui verrà prodotta la nuova classificazione ufficiale dello stato di qualità del Tanaro. Nel corso del 2017 è stata ampliata l’analisi del fiume, includendo anche le comunità biologiche di diatomee, macrofite e macroinvertebrati (per il significato dei termini si veda il box accanto). Tutti gli indici sono categorizzati in cinque classi di qualità, dall’elevato al cattivo. Le macrofite e i macroinvertebrati sono risultati rispettivamente “scarse” e “sufficienti”, mentre le diatomee sono risultate in stato “elevato”. Le comunità biologiche sono sensibili all’insieme delle pressioni antropiche (le attività dell’uomo che vanno dall’abbandono dei rifiuti allo scarico di sostanze inquinanti), che possono determinare alterazioni sia della qualità chimico-fisica delle acque che modifiche dell’assetto idromorfologico dei corsi, quindi degli habitat acquatici».

Quali altre realtà emergono con chiarezza dalle vostre rilevazioni, Richieri?

«Per quanto riguarda le sostanze contaminanti, dal 2009 al 2016 non ci sono stati superamenti degli Sqa (standard di qualità ambientale, definiti a livello europeo o nazionale per ogni sostanza). Negli anni, tuttavia, data la presenza di attività agricole, si sono rilevati con una certa continuità alcuni pesticidi nelle acque, tra cui gli erbicidi terbutiliazina e metolachlor: questo dato è però ascrivibile a un livello basso di contaminazione, valutato attraverso l’indice di contaminazione da pesticidi».

Come si calcola questo indice, Richieri?

«L’indice prende in considerazione diversi fattori: la frequenza di riscontri positivi e la concentrazione media annua di sostanze; inoltre, prevede una categorizzazione in cinque classi di entità della contaminazione: da “non presente” ad “alta”. Il Tanaro, nel tratto considerato, dal 2009 al 2016 ha un valore annuale dell’indice “basso” e, se si considera l’anno, “non presente”. Per quanto riguarda i nitrati, dal 2009, nella stazione di Neive i valori medi delle concentrazioni annuali risultano compresi tra 5 e 10 mg/l, al di sotto cioè della soglia di attenzione di 25 mg/l. Per quanto riguarda, infine, i dati chimico-fisici, l’indice Limeco (livello di inquinamento da macrodescrittori) risulta in classe “buono” o “elevato”: i parametri considerati sono il fosforo, l’azoto ammoniacale, l’azoto nitrico e l’ossigeno».

Sara Elide

CHE COSA VUOL DIRE

LE DIATOMEE: sono alghe unicellulari, comparse nel Cretaceo, circa 145 milioni di anni fa. Rappresentano una delle più importanti classi di microalghe in ambiente marino e anche di acqua dolce.

LE MACROFITE: costituiscono la componente del comparto vegetale degli ecosistemi fluviali ben visibile a occhio nudo, che cresce sul fondo, completamente sommersa, o parzialmente emersa lungo le sponde.

I MACROINVERTEBRATI: gli organismi invertebrati aventi dimensioni maggiori di 1 millimetro. L’utilizzo dei macroinvertebrati per l’analisi della qualità dei corsi d’acqua dolce e il loro biomonitoraggio risale all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso; si è ampliato nei decenni successivi ed è regolato da normative emesse dalle agenzie pubbliche responsabili della qualità ambientale.

Tanaro, tesoro da salvare

TALVOLTA DIMENTICATO, IL CORSO D’ACQUA PUÒ FARSI SENTIRE IN MODO DEVASTANTE COME È ACCADUTO PER L’ALLUVIONE ’94

L’acqua è costitutiva non solo dei nostri corpi e della terra – copre il 71,12 per cento della superficie del pianeta ed è il principale elemento del nostro fisico –, ma anche del funzionamento sociale: per la vita dell’uomo l’oro blu è fondamentale.

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L’atteggiamento verso il magico liquido incolore e insapore un tempo era di tipo animistico: veniva reputato sacro. Il fiume o il mare si rispettavano perché espressioni potenti, specchi metaforici dell’esistenza. Con il tempo questa “devozione” condita da timore reverenziale si è trasformata in una relazione più sterile, distratta e incurante.

L’uomo d’oggi si appropria della potenza prima attribuita alla natura, investe di desiderio e adorazione le relazioni commerciali, la produzione, l’edificazione. Con la modernità, in seguito a un narcisistico ritiro su di sé, l’individuo dimentica il fiume o il mare e tradisce il patto di mutuo soccorso e rispetto con l’ambiente. Succede anche ad Alba, per il Tanaro. Nella grande inchiesta che si può leggere in questo numero speciale di Gazzetta d’Alba, emerge il ritratto di un corpo idrico infelice, martoriato, negli anni ferito dagli scarichi, dalle attività estrattive, dall’agricoltura intensiva, dai diserbanti, dall’abbandono di rifiuti, dai resti di amianto lasciati sulle sue prode. Il Tanaro è stato abitato un tempo da animali oggi scomparsi, un fiume in cui solo qualche decennio addietro ci si bagnava e si pescava, mentre in questo momento appare lasciato ai margini da una società distratta da sé stessa e quindi precaria nell’accudire il proprio alleato naturale, che talvolta si fa potentemente sentire: è il caso dell’alluvione del 1994 e di quella (mancata, per fortuna) di due anni fa: un fiume che viene notato per distrazione e non per intenzione.

Il Tanaro, dal canto suo, lancia segnali per tornare a essere considerato amico. Al momento l’appello non è stato ancora accolto, se non parzialmente. In queste pagine è possibile decifrare parte dei messaggi che ci giungono. Per intervenire prima del troppo tardi. La battaglia per l’ambiente comincia dal locale.

Matteo Viberti

L’azione umana si sente

Il nostro fiume è in difficoltà a causa della forte presenza di attività agricole, delle diffuse sorgenti d’inquinamento chimico, dei prelievi idrici: lo dice l’Agenzia regionale per l’ambiente

L’Agenzia regionale per l’ambiente del Piemonte spiega – negli articoli di queste pagine – come avvengono le indagini sui fiumi e come si ottengono i dati che ne emergono a livello scientifico, in particolare sul Tanaro albese. Che cosa significano nel concreto i numeri che citiamo? Ne parliamo con il tecnico Enrico Rivella.

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Abbiamo visto che alcuni parametri non raggiungono la soglia di salubrità desiderabile: i numeri sembrano confermare che l’azione dell’uomo danneggia il fiume. È così Rivella? Perché?

«Dall’analisi delle pressioni antropiche che insistono sul tratto di Tanaro in esame, il rischio di non raggiungimento o mantenimento degli obiettivi di qualità fissati per i corpi idrici è legato principalmente ad alcuni fattori: primo, la presenza di attività agricole nel bacino afferente al fiume, quindi la potenziale presenza di contaminanti (tra i quali i pesticidi) e l’arricchimento in nutrienti (sorgenti d’inquinamento chimico diffuso); secondo, la presenza di grandi prelievi idrici (con alterazioni delle caratteristiche idrauliche); terzo, le modifiche della zona ripariale – in inglese riparian zone, è l’interfaccia tra la terra e il fiume stesso –, che mostra un grado significativo di alterazione per la ridotta ampiezza della fascia perifluviale, giudicata necessaria per lo sviluppo della vegetazione arborea e arbustiva».

Ci sono altri problemi?

«Altre pressioni antropiche possono derivare da immissioni di scarichi di origine civile e produttiva, dislocati lungo la piana del Tanaro. Un ulteriore contributo negativo è dovuto agli affluenti minori, che in genere sono dotati di scarsa portata e su cui convergono scarichi di agglomerati e case sparse dotati di sistemi di trattamento poco adeguati. Insomma, la qualità dello stato attuale dell’ecosistema è piuttosto bassa, le pressioni sono nel complesso elevate e la fascia fluviale del Tanaro presenta situazioni di alto e diffuso degrado».

v.g.

IN ESTATE IL PERIODO PIÙ CRITICO: DIMINUISCE LA PORTATA E COSÌ AUMENTANO GLI INQUINANTI

Parliamo della salute del nostro fiume e del territorio circostante con il tecnico Arpa Filippo Richieri.

Le notizie non sono buone, vero Richieri?

«Quando si riflette sullo stato di un corpo idrico si mette in evidenza un insieme di pressioni generate da più determinanti, che provocano impatti diretti e indiretti sul corso d’acqua. In tal senso non si può prescindere da un quadro conoscitivo del territorio e da un’attenta lettura dei cambiamenti in atto sugli ecosistemi, soprattutto nelle aree a maggior pregio ambientale e sensibili (l’area denominata Fiume Tanaro e stagni di Neive è protetta dalla direttiva uccelli dell’Unione europea). Parlando solo degli ultimi anni, sull’ecosistema acquatico e ripariale – cioè delle rive – del Tanaro hanno inciso gli interventi di sistemazione idraulica post-alluvione, come ad esempio il consolidamento delle rocche di Barbaresco e i conseguenti lavori di spostamento dell’alveo, l’artificializzazione del torrente Talloria a partire dalla confluenza Tanaro – una zona peculiare, che ospitava un interessante sistema di aree umide – fino alla frazione Gallo, con la perdita del bosco ripariale e i nuovi impianti idroelettrici come la diga di Santa Vittoria, che ha creato zone di secca nel tratto a valle dello sbarramento. In gran parte dei corsi piemontesi prosegue il preoccupante calo delle specie ittiche autoctone, dovuto al concatenarsi di diverse cause originate dall’uomo».

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Ma come si fa a controllare lo stato di un fiume?

«Lungo il Tanaro sono disponibili diversi idrometri: il più rappresentativo è quello denominato “Tanaro ad Alba”. Negli ultimi vent’anni la portata del fiume, ovvero la quantità d’acqua che lo anima, risulta in crescita. Questo è dovuto principalmente alle variazioni delle precipitazioni e non, come verrebbe da ipotizzare, allo scioglimento dei ghiacciai causato dal surriscaldamento globale».

Nel considerare le variazioni di portata, emerge anche una sostanziale diminuzione nel periodo estivo.

«Questo comporta l’incremento di inquinanti nel fiume, perché risultano meno diluiti: le particelle rimangono, ma l’acqua diminuisce».

Dal Tanaro viene estratta acqua a scopi di irrigazione o per le esigenze dell’uomo. Ci sono problemi?

«I prelievi lungo il Tanaro nel tratto albese creano una moderata criticità da giugno ad agosto, una crisi che si anticipa al mese di aprile negli anni con scarse precipitazioni. L’incidenza dei prelievi sul deflusso medio annuale naturale è significativa: 22-29 per cento, cioè un terzo della portata. La disponibilità idrica dunque, nel periodo di maggior esigenza, presenta mediamente deficit basso a maggio, moderato-basso a giugno e moderato-alto a luglio e agosto».

Valerio Giuliano

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