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Tanaro da salvare. I 170 anni del ponte di Carlo Alberto

Atteso per secoli, il viadotto in muratura venne costruito nel 1847-48 da re Carlo Alberto. Bombardato due volte nel ’44, sarà ripristinato in tempi record nel dopoguerra

TANARO TESORO DA SALVARE Il Tanaro è stato per secoli una via di comunicazione e commercio. Nell’epoca romana era navigabile, almeno fino a Pollenzo e su di esso è probabile siano transitati i carichi di maggior peso e ingombro. Federico Eusebio, il fondatore del museo che ora porta il suo nome, individuò sulle rive blocchi di marmo riconducibili a sponde. Il porto fluviale di Alba ancora non è stato trovato, verosimilmente potrebbe trovarsi nell’area di piazza Prunotto.

Il fiume è anche un ostacolo tra la città e la parte di mondo che sta alla sua sinistra, che è stato superato in tempi piuttosto recenti. Di ponti in muratura d’età antica e medievale non s’è trovata traccia; ancora a metà dell’Ottocento i viaggiatori notavano come il collegamento di Alba con Bra, Asti e Torino, la capitale del Regno di Sardegna, fosse assicurato (si fa per dire) da un ponte di barche «meschino», per usare la definizione di Giuseppe Francesco Baruffi, ecclesiastico di Mondovì. In autunno, ieri come oggi tempo di fiume grosso quando non di alluvioni, non era infrequente che la città rimanesse isolata.

Il ponte di Alba fotografato negli anni Trenta (immagine tratta da Alba un secolo di Vittorio Riolfo, Enrico Necade e Antonio Buccolo, edito dalla Famija albèisa).

L’enfasi di Il mondo illustrato dell’8 maggio 1847 nell’annunciare l’inaugurazione dei lavori per la costruzione del ponte sul Tanaro era quindi giustificata, al netto dell’elaborata prosa ottocentesca. Il re Carlo Alberto – e albertino il ponte è rimasto fino a oggi, anche se non è più quello originale, come si vedrà – era presente e fu «egli medesimo a gittare la pietra di fondazione». Un «arco trionfale era stato a bella posta innalzato per fare onore alla reale persona» e l’«arrivo dell’augusto principe fu con l’allegra sinfonia salutato dalla banda musicale». Il re usò utensili d’argento per posare la «pietra fondamentale», che in un incavo accolse la cassetta contenente il verbale della cerimonia e delle monete. Il pomeriggio si chiuse con la visita di sua maestà all’antenata Margherita di Savoia e poi all’ospedale, quindi il corteo tornò da dov’era venuto, Pollenzo. Il resoconto non manca di sottolineare «l’indicibile esultanza dei cittadini nel veder principiata l’opera dalla quale tanti vantaggi saranno per derivare al paese», espressa, per esempio, dall’«avv. Mermet» – quello che donerà, tra l’altro, il terreno dove sorge lo sferisterio albese – con un sonetto.

Due anni ci vollero per completare il ponte, con una spesa di circa seicentomila lire. La linea ferroviaria arrivò solo dopo l’unità d’Italia, con la linea Cantalupo-Bra aperta il 25 maggio 1865 e nota per avere più della metà del percorso in curva.

Tanaro, tesoro da salvare

Atteso per secoli, il ponte albertino originale durò ottant’anni, fino ai mesi finali della Seconda guerra mondiale. Nell’estate del 1944 gli americani lanciarono una campagna di bombardamenti aerei per tentare di paralizzare le comunicazioni dei tedeschi nella valle del Po. E così anche città fino ad allora solo lambite dalla guerra – Alba, ma anche Asti, Casale Monferrato e decine d’altre – divennero bersagli.

«Era finita la grande illusione, la guerra ci aveva scoperti», scriverà nel 1995 Marisa Fenoglio in Casa Fenoglio nel descrivere la prima incursione dei B26 del 319th Bombardment group con base a Decimomannu sul «road and railroad bridge» di Alba, alle 10.25 del 17 luglio ’44. Sul ponte, e intorno fino a terrorizzare gli abitanti di Piana Biglini e a provocare tre morti, caddero 99 bombe da 45o chili, distruggendo due arcate e danneggiando una terza. Ma non è finita: il 15 agosto i partigiani di Paolo Farinetti lanciano un treno intero sul ponte semidistrutto; il 4 settembre ancora dalla Sardegna ritornano gli americani, questa volta del 17th Bomb group, con altre venti tonnellate abbondanti d’esplosivo.

Una foto del bombardamento del 17 luglio 1944 (Nara, Rg 18, Box 4282).

Terminata la guerra la ricostruzione del ponte fu una priorità, affrontata da Teodoro Bubbio e dal suo esecutivo fin dal momento dell’insediamento. Dopo una fase di progetti e studi, ci volle solo un anno e mezzo – il “solo” è riferito ai tempi attuali delle opere pubbliche – per la ricostruzione del viadotto. L’inaugurazione è datata 25 gennaio 1948, a quasi un secolo esatto dalla prima costruzione. Questa volta la cerimonia fu molto più sobria, con il solo ministro dei lavori pubblici Umberto Tupini, le autorità provinciali e la benedizione del vicario Pasquale Gianolio. Il vescovo che aveva protetto la popolazione nel corso dei 18 mesi di guerra civile, Luigi Maria Grassi, fece una delle ultime apparizioni pubbliche. Morirà il 5 aprile successivo.

Ad Alba si riparlerà di ponti solo venticinque anni dopo, quando partiranno i lavori del «ponte nuovo», lo strallato ora intitolato ai caduti di Nassiriya, progettato da Giuseppe Vassallo e aperto nel 1995.

Paolo Rastelli